A cura di Alessandra
Sorge
Nello stridente contesto
politico-culturale italiano il ruolo della donna, in relazione alla
politica e, più in generale al potere, si contestualizza in uno
scenario dominato da notevoli reticenze culturali. Il ritardo
italiano nella rappresentatività femminile al potere ne è, senza
ombra di dubbio, l'esempio più eclatante.
Nonostante il parlamento
europeo abbia dato precise disposizioni in materia di parità
uomo-donna, L'Italia si trova, nostro malgrado, nelle retrovie della
rappresentanza politica nazionale.
Nell'intento di chiarire
tale aspetto, l'onorevole Monica Cirinnà, Presidente della
Commissione delle elette in Campidoglio, esponente del partito democratico, da sempre impegnata nella
difesa dei diritti delle fasce più deboli, quale gradito relatore
della prossima conferenza della Professional Women's Association,
intende offrire un momento importante di riflessione sulle dinamiche
della politica in relazione all'universo femminile in Italia:
Gentile Onorevole
Cirinnà, l’Italia è uno dei paesi d’Europa con minore presenza
femminile in Parlamento. Quali sono i fattori culturali che hanno
determinato questa marginalità della donna nei luoghi decisionali
della politica?
Le ragioni culturali
dello specifico ritardo italiano nella rappresentatività del genere
femminile nelle istituzioni politiche possono individuarsi nella
particolare storia antropologica del nostro Paese: il radicamento
della cultura cattolica e l’intero ventennio fascista hanno senza
dubbio influito, aggravandone la struttura culturale preesistente,
sul c.d. ‘familismo italico’ tutto basato sulla presenza
dell’angelo del focolare che si dedica alla prole e alla cura della
famiglia.
Una famiglia di tipo
esteso, almeno sino agli anni ’60, a tutt’oggi piuttosto diffusa
se prendiamo in esame il Sud e le zone rurali. Su queste basi si è
radicata non soltanto la scarsa presenza delle donne in politica, ma
anche una presenza maschile particolarmente poco sensibile alle
istanze di genere, che ha ritardato notevolmente lo sviluppo di tutte
le politiche che avrebbero potuto favorire la presenza delle donne
almeno nelle professioni, se non da subito nelle aree decisionali,
nonché nelle istituzioni.
Ritardare la presenza
delle donne nelle professioni intellettuali (insegnamento,
magistratura-avvocatura, campo medico, etc) ha indubbiamente
ritardato la capacità, anche per ragioni statistiche, di salire ai
vertici dei diversi ambiti professionali.
La scarsa presenza oggi,
delle donne in politica, che pure aveva avuto significative
interruzioni nell’immediato dopo guerra (si pensi a Nilde Jotti
presidente alla Camera) va invece più propriamente ricondotta alla
inamovibilità delle classi dirigenti dei Partiti italiani, una
tendenza gerontocratica, anch’essa specifica del nostro Paese, cha
impedisce il ricambio sia generazionale che di genere.
Questa base culturale
specificamente italiana è da considerare, io credo, come causa prima
del ritardo di rappresentatività delle donne nella politica
italiana. Perché se la retorica dell’angelo del focolare ha
indotto gli uomini ad occupare senza reticenza tutto lo spazio di
rappresentanza è pur vero che le donne italiane lo hanno scarsamente
impedito, giungendo tardi e con scarsa organizzazione a reclamare il
proprio spazio decisionale e di rappresentanza.
Poche recenti esperienze
di organizzazione di movimenti ‘lobbistici’ a favore del sostegno
alla candidatura femminile, quale ad esempio è stato Emily, mostra
esplicitamente la tuttora debole capacità delle donne italiane di
pensare in termini di ‘presa del potere’ a favore del proprio
genere.
In tempi ancora più
recenti va osservato l’effetto, ulteriormente frenante, che la
legge elettorale italiana, a liste bloccate, ha avuto sul già
deteriore vizio italico alla cooptazione da parte della leadership di
partito. Tanto a sinistra quanto a destra si è avuta una selezione
della rappresentatività femminile a volte persino imbarazzante, con
una accentuazione, nei partiti conservatori, della valorizzazione del
cosiddetto capitale erotico a favore dei criteri di cooptazione
(recenti affermazioni dell’on. Stracquadanio a questo proposito).
Ovviamente una legge
elettorale che esclude nei suoi presupposti criteri di trasparenza
con cui selezionare il merito e la capacità di rappresentanza
territoriale e di interessi dei candidati, costituisce, attualmente,
uno degli elementi più penalizzanti per l’ascesa delle donne verso
il Parlamento italiano. E questo accade nonostante il Pd, ad esempio,
abbia nel proprio statuto l’obbligo a comporre le liste secondo una
percentuale di rappresentanza dei generi del 50%. Ma tale obbligo,
che favorisce la presenza quantitativa delle donne, non comporta la
cosa più importante, ovvero l’obbligo a porre le candidate in
condizioni di pari eleggibilità. Infatti alle donne viene sempre
riservata la posizione di lista o il collegio la cui capacità di
eleggibilità è fortemente improbabile.
Secondo Lei, esistono ancora oggi
delle forme latenti di sessismo in politica? E se si, quanto
incidono sulla stabilità della democrazia?
Parlare di forme latenti
di sessismo riferite al nostro Paese suona, oggi, come un
insopportabile eufemismo. Purtroppo siamo nel pieno di una rimonta
culturale, guidata dal modello ispiratore dell’attuale governo
italiano, di un sessismo non soltanto mal celato, ma addirittura
professato come legittimo (es. il già citato On. Stracquadanio che
ritiene la bellezza fisica un legittimo tramite per il successo in
politica).
Le notorie prese in giro
ai danni della presidente del maggiore partito di opposizione, il PD,
da parte del presidente del Consiglio, sebbene da più parti
liquidate come incontenibile spirito umoristico del Presidente
Berlusconi, denunciano la ripresa di una cultura maschilista mai
sopita, nella quale il sessismo trasuda dal linguaggio e dai
contenuti espressi. E non si tratta soltanto del tema della
‘bellezza/bruttezza’ fisica ad essere costantemente evocato,
quanto l’evidente scopo di delegittimare il potere di una donna,
l’on. Bindi in questo caso, che in nessun modo si adegua alla
cultura sessista preferita dal Presidente del Consiglio (es.: il
ringiovanimento estetico, la disponibilità a corrispondere al
desiderio maschile, l’essere single e attiva socialmente, coltivare
valori etici non disponibili ai compromessi…..)
Queste forme di sessismo,
insinuate anche attraverso mezzi umoristici, dalle massime cariche
dello stato (il recente esempio della governatrice del Lazio Renata
Polverini che si lascia riprendere da tutti i TG mentre a mo’ di
badante imbocca il ministro Umberto Bossi) comportano la
legittimazione di un modello culturale che nel nostro Paese resiste
in molteplici forme: la pressoché nulla presenza femminile nei CdA
delle società pubbliche e private, la scarsissima realizzazione dei
servizi necessari a liberare il tempo delle donne dai carichi di
lavoro e di cura della famiglia, la persistente sperequazione nelle
retribuzioni, il costante aumento della disoccupazione femminile
accentuato dalla crisi economica, la presenza, sempre più
inquietante, di forme contrattuali che costringono le donne a
lasciare il lavoro ( vedi la recente indagine di Riccardo Iacona
realizzata per Rai 3 – Presa diretta - sui contratti delle
compagnie aree che impongono clausole con obbligo a turnazioni
insostenibili per le madri lavoratrici CAI, anche con figli da zero a
tre anni) sino alla più volte ribadita carenza di rappresentanza a
livello istituzionale e politico.
In un simile quadro è lo
stesso dettato costituzionale, di uguaglianza di tutti i cittadini,
ad essere disatteso. Ne consegue un danno per la democrazia dovuto,
nei suoi aspetti basici, alla mancanza di rappresentanza della metà
almeno dei cittadini italiani e delle loro istanze di vita. Per non
parlare dell’enorme potenziale creativo e culturale, ormai
accertato da tanti studi internazionali, che le organizzazioni
private e pubbliche italiane perdono a causa dell’assenza di
apporto del talento specificamente femminile.
Legge anti stalking:
la tutela della donna e il rafforzamento a livello nazionale del suo
ruolo sociale passa necessariamente per la concreta protezione dei
suoi diritti. In quale direzione si sta muovendo lo Stato affinché
la condizione della donna possa migliorare giuridicamente?
Credo
di poter individuare nella tradizionale iper-produttività
legislativa italiana, cui corrisponde una altrettanto tradizionale
tendenza alla non osservanza delle leggi in vigore, una delle più
marcate cause di scarso progresso nella tutela dei diritti delle
donne.
Dunque
non è tanto la mancanza di leggi a tutela e a protezione di questi
diritti che dobbiamo denunciare, quanto una frustrante e costante
tendenza a disattenderne il contenuto.
Ad
esempio molti casi di denuncia di stalking alle forze dell’ordine
restano fondamentalmente privi delle conseguenti e adeguate misure
protettive, con epiloghi spesso tragici per coloro che hanno avuto il
coraggio di denunciare. Questo fenomeno, se da un lato dovrà
indurre il Parlamento italiano a considerare la produzione di
provvedimenti più stringenti sulle misure cautelari da adottare in
seguito alle denunce di stalking, dovrebbe però, innanzitutto,
indurre le Istituzioni tutte, a farsi promotrici di una cultura dei
diritti delle donne che aiuti l’intero contesto sociale a divenire
sostanzialmente rispettoso e protettivo nei confronti di donne
vittime di violenza. In questa direzione dovrebbe andare anche la
promozione di una rete di sostegno che parta dalle donne verso le
donne entro le famiglie, per poi estendersi alla promozione e
sostegno delle associazioni e dei gruppi di tutela di tali diritti.
(Esemplare il recente caso della donna afgana uccisa dal marito. La
donna si era rivolta alle forze dell’ordine per segnalare la
pericolosità dell’uomo, ma non ha avuto alcuna protezione, infatti
è stata poi uccisa dal marito, mentre la figlia è rimasta
gravemente ferita per i colpi inferti dal fratello). Questo caso di
violenza entro una etnia che prevede un controllo totale sulla vita
delle donne (il matrimonio è deciso e organizzato dal padre in
Afganistan) è un tipico esempio di come la richiesta di diritti da
parte delle donne immigrate comporti un aumento di richieste di
tutela e di aiuto verso le nostre Forze di polizia o verso i centri
di sostegno. E’ evidente che questo comporta la necessità di
adeguare i centri di antiviolenza con uso di mediatori culturali,
nonché l’esigenza di sviluppare politiche che facilitino una
migliore integrazione nel tessuto sociale delle cittadine immigrate
allo scopo di sostenere le loro crescenti richieste di diritti e di
tutela.
Riguardo
alla differenza di applicazione della Legge anti stalking tra nord e
sud sembra non ci siano differenze sostanziali nel numero di denunce: aumentate sia a nord che a sud del 25% nell’ultimo anno (dati del
Ministero delle pari opportunità)
E se questo dato sarà
confermato nel tempo non si può non sottolineare il comportamento
particolarmente coraggioso delle donne del sud, le quali denunciano
nonostante un contesto sociale molto più pericoloso: la presenza
delle organizzazioni criminali che usualmente utilizzano messaggi
intimidatori, sino all’uccisione delle donne che osano denunciare
casi di violenza, vedi il recente caso di omicidio di Teresa
Buonocore a Napoli); o il fatto che a sud di
Roma non esistono Case di accoglienza per donne vittima di violenza.
Quindi se in generale è
difficile segnalare e denunciare casi di molestia maturati entro le
mura domestiche (questo potrebbe essere il caso del recente omicidio
di Sarah Scazzi) diventa un atto davvero eroico dove la rete di
centri di sostegno alle donne è del tutto assente.
Perché votare una
donna se dice le stesse cose di un uomo? Quanto è importante la
diversificazione del linguaggio politico di una candidata donna
rispetto ad un uomo, ammesso che ciò lo sia?
Dalle
mie numerose campagne elettorali (già 5 volte candidata ed eletta
nel Consiglio comunale di Roma con sistema elettorale a preferenza
unica) ho acquisito una certezza: il voto delle donne alle donna ha,
come presupposto, l’uso di un linguaggio e di un comportamento
riconoscibile da parte delle donne. E questo mi dà la certezza che
l’affermazione delle donne in politiche passa anche attraverso il
coraggio delle donne di proporsi con la propria specificità di
genere, piuttosto che con un linguaggio clonato dai codici maschili.
Questa
capacità/possibilità di divenire eleggibili anche attraverso
l’affermazione di un linguaggio espressivo delle specifiche istanze
femminili corrisponde, tra l’altro, alla necessità di affermare
quelle istanze e la loro legittimità: saper parlare di tempi, di
servizi, di cura alla persona, di educazione, di violenza e di pace
può non essere uno specifico femminile, ma è certo che la
competenza femminile su questi argomenti è di norma superiore e di
impatto diretto sulla vita delle donne.
L’arricchimento
del linguaggio politico che la presenza delle donne può favorire va
oltre l’introduzione e l’attenzione a tematiche di specifico
interesse femminile perché, come emerge da numerosi studi, è la
stessa organizzazione dei tempi e dei modi della politica a risultare
modificati e migliorati dalla presenza femminile. L’agire politico
si fa più pragmatico, più efficiente e più efficace laddove
l’apporto delle donne è presente e reiterato nel tempo.
Il
guadagno complessivo della società tutta derivante dalla presenza
delle donne nelle aree decisionali può essere facilmente desunto da
un dato: le società con cospicua presenza femminile nei CdA hanno
sopportato molto meglio le fasi della crisi economica. Analogamente
le società che hanno dato attenzione alle necessità delle donne, ad
esempio realizzando asili nido all’interno della sede di lavoro,
hanno registrato un migliore andamento economico negli ultimi due
anni rispetto alle aziende, dello stesso settore, che non forniscono
questi servizi.
Al momento attuale
quali sono le priorità della Commissione in Campidoglio?
Il filo conduttore che la
Commissione ha scelto per le proprie iniziative è la violenza sulle
donne, con un quadro di progetti e provvedimenti tesi a denunciarla e
a combatterla.
Quando si parla di
violenza sulle donne è l’accezione più ampia del termine
‘violenza’ che bisogna tenere presente.
L’esclusione delle
donne dalla politica e dalle aree decisionali potrebbe sembrare non
riconducibile al concetto di violenza, se intendiamo la violenza
soltanto come azione aggressiva di tipo fisico o psicologico. Ma la
violenza che le donne subiscono e pagano in termini di qualità della
vita e di depauperamento del loro potenziale vitale deriva anche, e
soprattutto, dalla loro esclusione dal lavoro, dalla decisione, dalla
rappresentanza e in generale dalla possibilità di occupare posizioni
sociali autenticamente paritarie e non discriminate. E’ da questa
violenza estesa che possiamo più correttamente interpretare le
aggressioni entro le relazioni affettive e parentali, nonché le
violenze psicologiche, che vede ancora le donne, assurdamente,
oggetto di derisione, delegittimazione, umiliazione, offesa, sul
lavoro o nelle relazioni private o pubbliche.
E’ nel corso di un
Consiglio comunale (tenuto il 9-1-2009) specificamente dedicato alla
sicurezza delle donne, che la Commissione delle Elette ha chiesto e
ottenuto che si votasse uno specifico provvedimento che vincola il
Comune di Roma a costituirsi parte civile in tutti i procedimenti
giudiziari connessi a violenze sulle donne.
Nel corso dello stesso
Consiglio si è votata la riattivazione del servizio “H. 24 Donne”
per le donne vittime di violenza che si rivolgono al pronto soccorso;
il rafforzamento dei Centri comunali di accoglienza per le donne
vittime di violenza; il rifinanziamento di tutte le attività
comunali relative al contatto e al recupero delle donne sfruttate e
schiavizzate dal mercato del sesso e a seguire tutta una serie di
provvedimenti per la sicurezza delle donne in aree degradate e
potenzialmente pericolose per le donne durante gli spostamenti in
città.
Ritengo di particolare
pregnanza il successo della Commissione nell’aver promosso e
ottenuto una delibera specifica contro la pubblicità lesiva della
dignità della donna. Si tratta di una delibera che obbliga il Comune
di Roma a recepire e rendere operativa la risoluzione n. 2038 del 3
settembre 2008 del Parlamento europeo relativa all’impatto del
marketing e della pubblicità sulla parità tra uomini e donne. Si
tratta di una direttiva che in Italia, forse più che altrove in
Europa, ha urgente bisogno di essere applicata e sostenuta. La
delibera prevede la stesura di un regolamento interno di affissione e
pubblicità per inibire gli spazi di proprietà comunali a tutte
quelle immagini che ledono la dignità delle donne attraverso la
rappresentazione femminile secondo stereotipi, mercificazione del
corpo, modelli sessisti.
La conferenza dell'on. Monica Cirinnà, promossa dalla Professional Women's Association of Rome, avrà luogo mercoledì 20 ottobre 2010 presso la sala conferenze del Boscolo Hotel Aleph di Roma, alle ore 18,30.
Per info: www.pwarome.org