Le ragioni culturali
dello specifico ritardo italiano nella rappresentatività del genere
femminile nelle istituzioni politiche possono individuarsi nella
particolare storia antropologica del nostro Paese: il radicamento
della cultura cattolica e l’intero ventennio fascista hanno senza
dubbio influito, aggravandone la struttura culturale preesistente,
sul c.d. ‘familismo italico’ tutto basato sulla presenza
dell’angelo del focolare che si dedica alla prole e alla cura della
famiglia.
Una famiglia di tipo
esteso, almeno sino agli anni ’60, a tutt’oggi piuttosto diffusa
se prendiamo in esame il Sud e le zone rurali. Su queste basi si è
radicata non soltanto la scarsa presenza delle donne in politica, ma
anche una presenza maschile particolarmente poco sensibile alle
istanze di genere, che ha ritardato notevolmente lo sviluppo di tutte
le politiche che avrebbero potuto favorire la presenza delle donne
almeno nelle professioni, se non da subito nelle aree decisionali,
nonché nelle istituzioni.
Ritardare la presenza
delle donne nelle professioni intellettuali (insegnamento,
magistratura-avvocatura, campo medico, etc) ha indubbiamente
ritardato la capacità, anche per ragioni statistiche, di salire ai
vertici dei diversi ambiti professionali.
La scarsa presenza oggi,
delle donne in politica, che pure aveva avuto significative
interruzioni nell’immediato dopo guerra (si pensi a Nilde Jotti
presidente alla Camera) va invece più propriamente ricondotta alla
inamovibilità delle classi dirigenti dei Partiti italiani, una
tendenza gerontocratica, anch’essa specifica del nostro Paese, cha
impedisce il ricambio sia generazionale che di genere.
Questa base culturale
specificamente italiana è da considerare, io credo, come causa prima
del ritardo di rappresentatività delle donne nella politica
italiana. Perché se la retorica dell’angelo del focolare ha
indotto gli uomini ad occupare senza reticenza tutto lo spazio di
rappresentanza è pur vero che le donne italiane lo hanno scarsamente
impedito, giungendo tardi e con scarsa organizzazione a reclamare il
proprio spazio decisionale e di rappresentanza.
Poche recenti esperienze
di organizzazione di movimenti ‘lobbistici’ a favore del sostegno
alla candidatura femminile, quale ad esempio è stato Emily, mostra
esplicitamente la tuttora debole capacità delle donne italiane di
pensare in termini di ‘presa del potere’ a favore del proprio
genere.
In tempi ancora più
recenti va osservato l’effetto, ulteriormente frenante, che la
legge elettorale italiana, a liste bloccate, ha avuto sul già
deteriore vizio italico alla cooptazione da parte della leadership di
partito. Tanto a sinistra quanto a destra si è avuta una selezione
della rappresentatività femminile a volte persino imbarazzante, con
una accentuazione, nei partiti conservatori, della valorizzazione del
cosiddetto capitale erotico a favore dei criteri di cooptazione
(recenti affermazioni dell’on. Stracquadanio a questo proposito).
Ovviamente una legge
elettorale che esclude nei suoi presupposti criteri di trasparenza
con cui selezionare il merito e la capacità di rappresentanza
territoriale e di interessi dei candidati, costituisce, attualmente,
uno degli elementi più penalizzanti per l’ascesa delle donne verso
il Parlamento italiano. E questo accade nonostante il Pd, ad esempio,
abbia nel proprio statuto l’obbligo a comporre le liste secondo una
percentuale di rappresentanza dei generi del 50%. Ma tale obbligo,
che favorisce la presenza quantitativa delle donne, non comporta la
cosa più importante, ovvero l’obbligo a porre le candidate in
condizioni di pari eleggibilità. Infatti alle donne viene sempre
riservata la posizione di lista o il collegio la cui capacità di
eleggibilità è fortemente improbabile.
Secondo
Lei, esistono ancora oggi delle forme latenti di sessismo in politica? E
se si, quanto incidono sulla stabilità della democrazia?
tutta l'intervista