Parlare di forme latenti
di sessismo riferite al nostro Paese suona, oggi, come un
insopportabile eufemismo. Purtroppo siamo nel pieno di una rimonta
culturale, guidata dal modello ispiratore dell’attuale governo
italiano, di un sessismo non soltanto mal celato, ma addirittura
professato come legittimo (es. il già citato On. Stracquadanio che
ritiene la bellezza fisica un legittimo tramite per il successo in
politica).
Le notorie prese in giro
ai danni della presidente del maggiore partito di opposizione, il PD,
da parte del presidente del Consiglio, sebbene da più parti
liquidate come incontenibile spirito umoristico del Presidente
Berlusconi, denunciano la ripresa di una cultura maschilista mai
sopita, nella quale il sessismo trasuda dal linguaggio e dai
contenuti espressi. E non si tratta soltanto del tema della
‘bellezza/bruttezza’ fisica ad essere costantemente evocato,
quanto l’evidente scopo di delegittimare il potere di una donna,
l’on. Bindi in questo caso, che in nessun modo si adegua alla
cultura sessista preferita dal Presidente del Consiglio (es.: il
ringiovanimento estetico, la disponibilità a corrispondere al
desiderio maschile, l’essere single e attiva socialmente, coltivare
valori etici non disponibili ai compromessi…..)
Queste forme di sessismo,
insinuate anche attraverso mezzi umoristici, dalle massime cariche
dello stato (il recente esempio della governatrice del Lazio Renata
Polverini che si lascia riprendere da tutti i TG mentre a mo’ di
badante imbocca il ministro Umberto Bossi) comportano la
legittimazione di un modello culturale che nel nostro Paese resiste
in molteplici forme: la pressoché nulla presenza femminile nei CdA
delle società pubbliche e private, la scarsissima realizzazione dei
servizi necessari a liberare il tempo delle donne dai carichi di
lavoro e di cura della famiglia, la persistente sperequazione nelle
retribuzioni, il costante aumento della disoccupazione femminile
accentuato dalla crisi economica, la presenza, sempre più
inquietante, di forme contrattuali che costringono le donne a
lasciare il lavoro ( vedi la recente indagine di Riccardo Iacona
realizzata per Rai 3 – Presa diretta - sui contratti delle
compagnie aree che impongono clausole con obbligo a turnazioni
insostenibili per le madri lavoratrici CAI, anche con figli da zero a
tre anni) sino alla più volte ribadita carenza di rappresentanza a
livello istituzionale e politico.
In un simile quadro è lo
stesso dettato costituzionale, di uguaglianza di tutti i cittadini,
ad essere disatteso. Ne consegue un danno per la democrazia dovuto,
nei suoi aspetti basici, alla mancanza di rappresentanza della metà
almeno dei cittadini italiani e delle loro istanze di vita. Per non
parlare dell’enorme potenziale creativo e culturale, ormai
accertato da tanti studi internazionali, che le organizzazioni
private e pubbliche italiane perdono a causa dell’assenza di
apporto del talento specificamente femminile.
Legge
anti stalking: In quale direzione si sta muovendo lo Stato affinché la
condizione della donna possa migliorare giuridicamente?
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