ROMA, INDIGNATI VERI E FALSI, storia di una guerriglia urbana organizzata su commissione.
Ultime notizie Roma - Per raccontare questa storia, la giornata del 15 ottobre, bisogna iniziare dalla fine. Da una panchina nel parco di piazza Vittorio a Roma dove mi sono trovato seduto accanto a un uomo egiziano che aveva portato i figli a giocare. L’uomo mi chiede una sigaretta e mi offre in cambio un biscotto che ha con se. Datteri mandorle e grida e risate di bambini. Mentre sopra di noi girano elicotteri della polizia e sentiamo gli echi delle esplosioni dei lacrimogeni e delle bombe carta da piazza San Giovanni dove da più di un’ora stanno andando in scena scontri durissimi fra una sparuta ma organizzatissima pattuglia di poche centinaia di dimostranti del blocco nero (chiamiamolo così anche se dentro quella roba c’era di tutto) e le forze dell’ordine.

A meno di un chilometro la battaglia mentre qui la pace di un tardo sabato pomeriggio come un altro. Gente a passeggio, bambini che giocano, chiacchiere fra amici. Mille lingue e tonalità di pelle. L’uomo mi chiede dopo qualche minuto se quello che sta succedendo “è come quello che è successo da noi in Egitto”. Rimango qualche secondo a pensarci cercando di calmarmi dopo ore di tensione, e dopo aver avuto uno scatto d’ira con una persona a me vicina per rabbia, frustrazione e paura. “No, voi siete gente seria. Non come noi italiani. Noi non facciamo sul serio. Questo è solo teatro”. Una messinscena. Con incendi, botte, sassaiole, esplosioni, cariche, idranti, lacrimogeni, incendi e feriti. E una città, Roma, che sembra assorbire tutto e digerire ogni sfregio.


Era iniziata bene. Con l’aria di una incazzatissima festa. Tanta gente, di ogni età, di ogni tipo possibile di bisogno. Ragazzi, studenti, tanti. Gente d’Italia in piazza che voleva urlare la propria indisponibilità a continuare a pagare gli errori e orrori degli altri. Di un governo da reality di palazzo, di una classe politica (tutta) arrivata al limite della propria esistenza generazionale, morale, ideologica e di un mondo dell’impresa figlio della stessa logica clientelista della politica, prono, impreparato, incapace di vedere oltre al proprio ombelico. In piazza invece un popolo di gente sfinita e preoccupata, che lavora e tira avanti a stento, soffre e cresce e ride e si dispera. Un popolo vero, che si pensa comunità e non saccoccia.
Era iniziata bene, con centinaia di migliaia di idee che si facevano una. Io questa crisi non la pago.

Poco dopo le due, scendendo verso via Cavour, la fine dell’illusione. Almeno per me. E per quegli altri occhi che Genova nel 2001 l’hanno vista. Piccoli gruppetti che si mettono a lato del corteo, con tutta calma, coordinati, guidati (da messaggi e telefonate), e iniziano in bella vista a prepararsi per quello che verrà. Si aprono zaini, compaiono caschi, felpe nere, addobbi di un Natale funereo. Sono ragazzi. Ma qualche testa di “esperienza” c’è. Non la si intuisce soltanto. Sono lì, si muovono sicuri, coordinano, dettano i tempi della prossima follia.
Bastoni, spranghe e altra chincaglieria i nostri giovanotti non se li sono portati dietro. Arriveranno poi, con la dovuta calma, oppure l’armamentario lo raccoglieranno per strada, nei portoni, nei vicoli, nei cestini dei rifiuti dove gli strateghi surreali che hanno deciso di fare il favore a Berlusconi e alla destra più becera hanno fatto posizionare tutto quello che servirà a mettere in scena lo spettacolino della guerriglia urbana.

Di polizia non se ne vede traccia. Anche quando c’è. Non si capisce perché. Perché non intervengano quando inizia la kermesse demenziale. Perché non siano intervenuti quando era partita la preparazione davanti ai loro occhi. Perché. Forse c’era l’ordine di non creare contatti che potessero far precipitare la situazione come a dicembre scorso. Forse c’era il bisogno e l’ordine di consentire l’esplosione della violenza senza intervenire. Di fatto quando a via Cavour è esplosa la violenza le forze dell’ordine non sono intervenute. Quando le banche e un supermercato venivano assalite, quando le prime macchine andavano a fuoco. A tentare di bloccare i gruppetti della soldataglia dell’antagonismo presunto e del conformismo della violenza c’erano solo i manifestanti. A mani nude. Disorganizzati. Gente di popolo e di buon senso. Poca cosa davanti a chi si arma per dare sfogo al nulla delle frustrazioni.

Facciamo l’identikit di questi eroi da fumetto mal scritto e mal disegnato. Sui vent’anni al massimo, un migliaio di euro di felpe firmate, scarpe firmate, jeans firmati, cappellino firmato, maglietta finto rivoluzionaria firmata e il telefonino (magari i telefonini) di ultima generazione e da 600 euro in su regalato da papino.
La carne da macello di questo patetico esercito dalla funerea iconografia parafascista era composto da ragazzini annoiati e viziati. Figli di papà.

Così è andata. L’embrione di un movimento ampio e plurale che poteva rinascere in questo paese dopo la macelleria messicana del 2001 a Genova è stato liquidato da massimo 500 ragazzini figli di papà guidati da qualche vecchio arnese che dovrebbe andare in pensione da decenni invece che continuare a rompere i coglioni cavalcando e strumentalizzando idee altrui e dalla gestione dell’ordine pubblico nelle prime due ore della manifestazione. Di forze dell’ordine che non sono intervenute se non quando ormai la situazione era precipitata, non si capisce se per scelta o per necessità.

Tutto il resto è accessorio. Gli scontri, le sassaiole, i lacrimogeni, gli idranti, le manganellate, gli incendi, le esplosioni, il sangue. Teatro. Nient’altro.
Rimangono gli sguardi sperduti, la rabbia, la delusione, di centinaia di migliaia di persone che si sono visti rubare l’occasione di rendere visibili i propri bisogni. Le lacrime. Le urla. Lo stupore. Il disincanto.
Inutili i bilanci. Quanti danni. Quanti feriti. Dove e quando. Inutile.
Rimane la voglia di tornare indietro. Di riprendere quella piazza. Rimane il senso di comunità di quel popolo sceso in piazza. Per trovare valori comuni. Per cercare una via di uscita comune. Rimane. Nonostante tutto. Nonostante il teatro. Il coraggio di non farsi intimidire.


FONTE:
http://orsattipietro.wordpress.com/2011/10/16/quel-corteo-spezzato-il-coraggio-di-vedere-oltre-un-racconto-senza-stupore/

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