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L’adesione al socialismo europeo, al Pes, immessa dalla ‘nouvelle vague’ laburista e riformista nel ventre molle di un Partito Democratico, dall’identità ancora fragile, ha aperto uno scontro culturale, prima che politico, tra chi intende innovare ex-novo la prassi politica e chi vuole mantenere l’attuale status quo. Tra chi si propone come forza di cambiamento reale e chi, pur marcando un campo di sinistra, opera, in realtà, come forza di conservazione.
Lo scontro apertosi dentro e fuori il Pd verte, di fatto, sul modello di società: ossia se il primato spetta alla politica, al sociale, alla cultura o se a dominare debba essere la triade economia, finanza e mercati finanziari.
L’adesione al socialismo europeo è pertanto la cartina di tornasole che distingue i due schieramenti che, pur dichiarandosi entrambi ‘di sinistra’ e ‘riformisti’, danno alle parole ‘sinistra’ e ‘riforme’ un senso e un significato diversi e contraddittori.

Stare nel e con il socialismo europeo, comporta ‘una sinistra riformista’ che accetti l’incompatibilità del socialismo con il capitalismo e combattere il suo avversario vero e reale, la finanza, che governa l’Europa attraverso l’economia e i mercati finanziari, a scapito e danno del sociale, della cultura e della vita delle persone.
Insomma, chi si propone un cambiamento dell’attuale modello di società imposto dal neocapitalismo finanziario che considera tutto in termini di denaro, guadagno facile e consumi continui di beni superflui e deperibili, come se il benessere delle persone dipendesse da una maggiore ricchezza finanziaria e dal consumismo sfrenato, non ha altra scelta che stare nel e col socialismo europeo. Pensare di poter cambiare modello di società  fuori dal contesto del socialismo europeo, è illusorio, vuole dire soltanto rafforzare il dominio della finanza e dei mercati finanziari.
Perché la sfida altissima non può esser neppure giocata delimitandola entro i confini nazionali: si può giocare e tentare di vincere solo a livello europeo, dove i rapporti di forza sono diversi e possono ulteriormente cambiare se a maggio all’Eliseo dovesse andare François Hollande candidato del Psf e se nel 2013 il Cancellierato tedesco dovesse passare da Angela Merkel ad un esponente della SPD, Martin Schulz ad esempio. Ecco perché la scelta di campo del socialismo europeo diviene inevitabile e al tempo richiede certezza, coraggio e idee nuove.

Non stupisce, pertanto, che ‘il partito editoriale’ Espresso-Repubblica di Carlo De Benedetti abbia scelto di sostenere il governo di tecnocrati del Premier Mario Monti dichiarandosi di ‘sinistra’ ma contro ‘il socialismo europeo’. Lo ha ben chiarito il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Rimasto scosso e abbastanza irritato dall’iniziativa della ‘nouvelle vague’ laburista e riformista, Scalfari ha indirizzato in coda ad un editoriale su altre materie un Post Scriptum, poco elegante in un editoriale per un fatto di stile e alquanto non veritiero nei contenuti, al leader del Pd Pier Luigi Bersani per avvertirlo di una cosa: se il Pd aderisce al socialismo europeo rafforza l’Udc di Casini. E per ricordargli che la scelta socialdemocratica è del tutto ‘anomala’ nel panorama italiano. E che lui, come “molti liberali di sinistra e ex-azionisti quattro anni fa”, hanno votato il Pd come partito ‘riformista e innovativo’. Lo stesso fece De Benedetti, tessera numero uno del Pd.

Era il 2008 ed era – ma queste cose Scalfari le ha accuratamente omesse - l’epoca di Valter Veltroni che stravinceva le Primarie del Pd (14 ottobre 2007) e che inventò il Pd ‘a vocazione maggioritaria’. Quel Veltroni che poi perse le elezioni anticipate - 18 aprile 2008 - ridando il Paese a Silvio Berlusconi, dopo aver messo fine al governo di Romano Prodi. Quel centro-sinistra che dopo meno di due anni a fine 2007 era ormai senza più “forza propulsiva” e Prodi  era un “poeta morente” come sentenziò in una intervista esclusiva, il 4 dicembre, a Repubblica (guarda un po’!) Fausto Bertinotti, la cui ‘Sinistra Arcobaleno’ fu cancellata dal Parlamento Italiano. Tanto Veltroni quanto Bertinotti vollero andare, per motivi diversi ma identici nell’esito, al voto anticipato avendo abolito la parola socialismo! Un po’ come accadde il 18 aprile 1948 quando il Fronte Popolare, diretto da Palmiro Togliatti con Pietro Nenni conquistato dai rubli dei Premi Stalin, consegnò l’Italia alla Democrazia Cristiana per trent’anni.

Terribile parola socialdemocrazia o socialismo, per Scalfari, il cui nome non compare né tra i fondatori né tra i dirigenti del Partito d’Azione, mentre sta tra ‘i fascisti in camicia nera’, come lui stesso ha confessato. E tra gli ‘antisocialisti’ a prescindere come si evince dalla sua lunga storia politico-editoriale. Indigesto a Scalfari il socialismo europeo lo è anche a una certa ‘intellighenzia borghese’ di sinistra e a alcuni irriducibili post comunisti cresciuti ‘a pane e Togliatti’ che ritengono come Scalfari il governo di ‘tecnocrati’ guidato da Monti il migliore governo possibile, addirittura il ‘Salva Italia’.

C’è da augurasi che ‘la nouvelle vague’, composta da ex-sindacalisti della Cgil che dirigono due associazioni dai nomi di illustri riformisti, ‘Giuseppe Di Vittorio’ e ‘Bruno Trentin’, ossia Carlo Ghezzi e Guglielmo Epifani; della Cisl, quelli della scuola di Pierre Carniti e della Uil, quelli vicini a Giorgio Benvenuto, e dai quarantenni culturalmente preparati, Stefano Fassina, Matteo Orfini e Andrea Orlando, compreso il direttore dell’Unità, Claudio Sardo, rispondano alla controffensiva ‘scalfariana’, alzando ancora di più il livello del dibattito culturale avendone la possibilità.  
 

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