Ventidue persone arrestate per riciclaggio di denaro, che partendo dalla Calabria arrivava fino a Viterbo per essere “ripulito” e quindi tornare indietro (fotocronaca * video: gli arrestati – il pm Gratteri e i carabinieri).

Seicentomila euro sarebbero stati investiti dai fratelli Nucera e Corso nelle ditte Nucera Trasporti, Vitercalabria e Ortofrutta Cimina, come si legge in una nota dei carabinieri che hanno svolto le indagini.

I soldi sarebbero stati restituiti attraverso invii mensili di 7.500 e 50mila euro una tantum.

Le persone arrestate erano attive in provincia di Reggio, ma anche in provincia di Viterbo, dove le indagini avrebbero portato alla scoperta di ditte che “ripulivano” denaro sporco che poi ritornava nel reggino. Sei complessivamente le imprese sottoposte a sequestro probatorio.

Oltre cinquanta i carabinieri del comando provinciale di Viterbo impiegati nell’operazione, che oltre ai sequestri delle aziende hanno eseguito sei ordinanze di custodia cautelare in carcere.

I sei arrestati dai carabinieri a Viterbo sono: Alberto Corso, Augusto Corso, Domenico Nucera, Filippo Nucera, Giuseppe Nucera e Raffaele Nucera.

Le aziende sotto sequestro probatorio nella Tuscia sono: la Vitercalabra autotrasporti srl, la Nucera trasporti srl, la Ortofrutticola Cimina srl, la Ortfruit international srl, la Cimina immobiliare srl, tutte con sede nel Viterbese.

“Stamani – hanno spiegato gli investigatori –  i carabinieri dei comandi provinciali di Reggio Calabria, Viterbo, Terni, Chieti e Roma, su ordine del gip del tribunale di Reggio Calabria, accogliendo le richieste formulate dalla procura di Reggio Calabria, nella persona del sostituto procuratore Antonio De Bernardo e del procuratore aggiunto Nicola Gratteri, ha dato esecuzione a ventidue ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di altrettante persone, indagate a vario titolo per associazione per delinquere di stampo mafioso, detenzione illegale di armi comuni da sparo, riciclaggio, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, tutte ipotesi aggravate dall’art. 7 L. 203/91 (per aver favorito un’associazione per delinquere di stampo mafioso)”.

L’indagine prende il via nel settembre 2009 nei territori di Condofuri (Reggio Calabria), ponendo attenzione sulla famiglia Nucera e sulle loro attività economiche e commerciali.

“Uno degli elementi essenziali – continuano gli investigatori – è la scoperta del locale di ‘ndrangheta di “Gallicianò”, cuore dell’area Grecanica e frazione aspromontana del comune di Condofuri, caratterizzato tra l’altro dalla presenza di già due locali: Condofuri Marina e Condofuri San Carlo.

Le attività hanno consentito d’individuare le precise delimitazioni territoriali e le competenze dei rispettivi locali. Infatti, la località Acquapendente dividerebbe il confine del locale di Gallicianò con quello di San Carlo.

Eloquente è il contrasto sorto per l’assunzione del “comando” all’interno della famiglia, dove, per ribadire i poteri di un capo su un altro, sono dovuti intervenire altri soggetti “importanti” che, nonostante non appartenessero a quel locale, hanno risolto la questione”.

Il racconto degli investigatori parte da lontano: “Il tutto nasce nel 2002 con l’arresto per 416 bis (associazione di tipo mafioso) di Giuseppe Nucera, 66 anni, già capo locale di Gallicianò. A quel punto Antonio Nucera, 68 anni, decise di autonominarsi capo locale, senza chiedere alcuna autorizzazione ne far giungere al primo alcuna “imbasciata”.

Quando nel 2008, Giuseppe Nucera viene scarcerato, avendo terminato tutti gli obblighi di legge, pretende nuovamente la carica toltagli.

A quel punto, Domenico Nucera, genero di Giuseppe e nipote di Antonio, interviene per porre fine alla questione e organizza un incontro il 26 dicembre del 2009, che si risolve a favore di Giuseppe Nucera.

Le investigazioni hanno permesso d’appurare come sin dall’inizio, Alberto Corso, socio in affari dei fratelli Nucera e loro referente nella provincia di Viterbo, è indicato da Domenico Foti e Antonio Nucera, come “contrasto onorato” ed è lui stesso a ricevere un’illuminante lezione sulla ‘ndrangheta da parte di Domenico Nucera, che gli spiega l’organizzazione, l’assegnazione delle cariche in occasione della festa della Madonna di Polsi, la suddivisione dei locali, lo sviluppo della carriera ‘ndranghetistica dal basso, gli fa vedere la propria incisione e la carica di Santa che detiene.

Alberto Corso viene poi rassicurato dal Domenico Nucera, che gli promette direttamente la carica di sgarrista, senza passare per quella intermedia di camorrista e che, se poi vorrà andare oltre, non deve preoccuparsi poiché comunque lo aiuterà lui.

Domenico Nucera continua raccontandogli il rito del battesimo, la lettura di una formula, la ferita da procurarsi con un coltello sul dito e la goccia di sangue che deve far cadere su un limone e infine il santino che deve essere completamente bruciato.

L’indagine ha pure consentito d’appurare un sistema di riciclaggio di denaro sporco che partendo dalla Calabria, passava per il Lazio attraverso alcune ditte e ritornava in provincia di Reggio Calabria.

Già nel mese di aprile 2009, Alberto Corso e Francesco Nucera, titolari di alcune piccole aziende nella provincia di Viterbo, si sarebbero presentati a Reggio Calabria e tramite Antonio Nucera, avrebbero chiesto denaro, poiché la ditta ortofrutticola Cimina dei fratelli Corso era in forti difficoltà economiche.

Nel maggio 2009 Antonio Nucera, fermato a un posto di controllo nella provincia di Viterbo, viene trovato in possesso di circa cinquantamila euro in contanti dalla guardia di finanza e lo stesso dichiara che erano soldi provenienti dalla Svizzera e che servivano ai nipoti Nucera per pagare gli operai.

Invece i soldi sarebbero dovuti andare ai fratelli Corso e provenivano dalla Calabria.

I fratelli Nucera e Corso si stima abbiano preso circa seicentomila euro dalla Calabria e reinvestiti nelle ditte Nucera Trasporti, Vitercalabra e Ortofrutta Cimina”.

La restituzione del denaro sarebbe avvenuto mediante l’invio mensile di 7.500 euro e di cinquantamila euro una tantum, allo zio Antonio Nucera, che per tramite di Domenico Vitale, li restituiva a chi aveva dato il credito, fra cui Rocco Musolino.

L’intera operazione, convenzionalmente denominata “El Dorado”, prende il nome proprio da quest’attività di riciclaggio, che ha consentito di costruire un intero impero e paradiso economico nella provincia di Viterbo, dove sono state poi sottoposte a sequestro probatorio sei aziende, tutte riconducibili ai fratelli Corso e Nucera.

L’attività investigativa portata oggi a termine dimostra che soprattutto nella Tuscia l’attenzione dell’Arma dei carabinieri e delle altre forze di polizia è alta e costantemente rivolta a captare possibili pericoli di infiltrazioni malavitose di qualsiasi natura nel tessuto economico e sociale.

Nell’operazione odierna, il comando provinciale carabinieri di Viterbo ha eseguito, oltre ai sequestri delle aziende, sei ordinanze di custodia cautelare in carcere, impiegando nella provincia complessivamente oltre cinquanta carabinieri.

FONTE: TUSCIAWEB

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