ROMA (UNONOTIZIE.IT) Semel in anno........   “Semel in anno licet insanire”, dicevano gli antichi. E il Carnevale è, o meglio “era”, quel periodo dell’anno dove le classi sociali si azzeravano per poco il ricco si divertiva a fare il povero e, viceversa (e per un attimo), il povero poteva, se non sognare, comportarsi da benestante. La maschera rendeva tutti uguali e il giorno dopo il fatidico Martedi grasso, il Mercoledì delle Ceneri, un prete avrebbe ricordato a ciascuno, in Chiesa, che polvere siamo e polvere ritorneremo, a sottolineare e ricordare quello che il grande Totò avrebbe poi scritto in quella stupenda poesia che è “La livella” e che Gioacchino Belli, nel 1836 aveva, col suo sarcasmo, commentat “Bbe’, a ttutt’oggi oggni sorte de schifenza, / E ddomatina scénnere e acqua-santa/ E sse fa la bbucata a la cusscenza.” Giorni di impazzimento, di “insanire”, perché domani, dunque, comincia la Quaresima che è periodo di penitenza e di digiuno e occorre astenersi dal mangiar carne. Cosa che ai ricchi della nobiltà romana dell’epoca e al potentato della Curia avrà comportato la sostituzione dell’abbacchio, del vitello e del maiale con la spigola, l’anguilla e l’aragosta. Viene da domandarsi a quale cibo alternativo dovesse ricorrere il popolino di Roma, abituato a intender per carne soltanto le povere frattaglie, ottime del resto, uno deipilastri della cucina tipica romana. Dal latino “carnem levare”, vale a dire “astensione dalla carne”, deriva il termine “Carnevale” , ultimo dionisiaco banchetto, prima del digiuno quaresimale. Tutto questo avviene in era Cristiana, ma la celebrazione dei riti, diciamo, carnevaleschi è cosa assai più antica ed è accomunata, in tutte le epoche e culture, dall’essere soprattutto una festa di popolo, un popolo che si libera del proprio stato sociale e, con maschera o travestimento, interpreta un ruolo che vorrebbe gli appartenesse. Lo facevano gli Egizi, al tempo dei Faraoni, circa 4000 anni or sono in onore di Iside, dea della fertilità dei campi e simbolo del perpetuo rinnovarsi della vita. I greci festeggiavano in onore di Bacco e tra metà Marzo e metà Aprile celebravano in Atene grandi orgiastiche abbuffate che chiamavano le “Grandi Dionisiache”. Il carnevale comincia ad assumere quell’impostazione popolare che oggi conosciamo durante i Saturnali di Roma: in quel periodo si sospendono le norme e le leggi che regolano i rapporti umani e sociali. I patrizi che, del resto tengono bene in pugno il manico del coltello, accettano di buon grado l’esplosione di gioia festaiola della plebe, sorvolando su qualche eccesso portato dall’ebbrezza: tanto, per l’appunto, “semel in anno licet insanire”. Oggi, se si parla di Carnevale, si pensa a Rio de Janeiro, a Venezia e, via via, a tutti quei luoghi che le agenzie di viaggio ci propongono per “insanire”per un attimo. Eppure, il Carnevale, quello vero, era nato a Roma. Ci venivano, al Carnevale Romano, Goethe, Stendhal, Dickens, Rossini, Paganini e chi più ne ha, più ne metta. Hector Berlioz compone addirittura un’ ouvertoure per grande orchestra sinfonica e corno inglese solista a cui dà il nome di “ Le Carnival Romain” In tempi remoti, le feste erano concentrate in piazza Navona, tra i resti di quello che era lo Stadio di Domiziano. Erano giostre di Saracino, tauromachie, cavalieri che infilavano anelli con la lancia: residui del vecchio motto “panem et circenses” che ritroviamo, in varie stagioni dell’anno, sparse un po’ per tutta Italia. A Testaccio, sulla montagna dei cocci, il Carnevale era una sorta di lotta contro i maiali, con il popolino che cercava di arraffare quanto possibile delle povere bestie. Poi, nel 1464, arriva al Papato Pietro Barbo, veneziano. All’elezione vorrebbe essere chiamato Formoso, ma i Cardinali lo distolgono dallo scegliere un nome legato ai secoli bui del medioevo. Propose Marco e. anche qui, il Sacro Collegio gli fece rilevare che rieccheggiava troppo il grido di battaglia “San Marco!” dei Veneziani. Si accontentò di chiamarsi Pio II e fu l’ultima concessione al Collegio dei Cardinali, perché diceva “ io sono il Papa e posso, secondo più mi piace, fare e disfare”. E così il Carnevale si trasferisce in via del Corso, (allora via Lata), in modo tale che tutti potessero godere della vista del palazzo che aveva fatto costruire in piazza Venezia, quel palazzo che allora si chiamava S. Marco e che tutti conosciamo per il famoso balcone di Mussoliniana memoria. Il Corso e le due piazze collegate, quella del Popolo e la piazza Venezia diventano, così,il palcoscenico del mitico carnevale di Roma Un carnevale che consentiva ogni sorta di travestimento e mascheramento durante il giorno, ma che non ammetteva maschera durante la notte, per motivi di pubblica sicurezza. Anche preti e frati, rigorosamente all’interno dei propri conventi e canoniche, potevano mascherarsi. Unica limitazione il non andar per strada e, per le monache di clausura, il solo “placet” a che si mascherassero da padre confessore. Allegria! Gli eventi più attesi del Carnevale Romano erano la Corsa dei Berberi e la Festa dei Mocccoletti. La prima era una sorta di festa dei tori di Pamplona, con cavalli che correvano a rotta di collo per il Corso tra grida, incitamenti e pungolamenti del popolo. Poi, nel 1874, un giovane attraversa la strada e viene travolto e ucciso da un cavallosotto i regali occhi di Vittorio Emanuele II. Il Re abolisce per sempre la corsa dei berberi e il carnevale di Roma comincia il suo declino. La festa dei moccoletti era una gara a tener viva la fiammella della propria candela durante tutta la sera del Martedì grasso, una gara tra nobili, popolani e borghesi, come tra gli appartenenti alle varie classi sociali tra loro . Poteva succedere di tutto, anche sotto l’occhio vigile dei tutori dell’ordine. Sempre quel grande poeta e cronista di vita che è il Belli ci racconta ne “li moccoletti del 37”: Cacciorno le carrozze a bbastonate, / serrorno porte, sfassciorno lampioni..../ Me pareveno furie scatenate. / E li cherubbigneri e li dragoni?/ Co le loro guaianelle sfoderate / ce fescero la parte dei cojjoni. Se carnevale finiva a mezzanotte con il suono delle campane dei campanili delle chiese romane, tutto finiva, comunque a piazza Venezia. Spalle all’Altare della Patria, a sinistra sull’angolo di via del Corso c’è ancor oggi un “mignano”, un balcone che gira ad angolo sulla piazza e sul Corso, chiuso da “gelosie”. E’ forse l’ ultimo mignano rimasto a Roma ed è della casa in cui Maria Letizia Ramolino (non siamo parenti!) passò gli ultimi anni della sua via dopo che l’illustre figlio Napoleone Buonaparte evase dall’isola d’Elba. Donna di ferro, spesso in contrasto col suo più famoso figlio, avrà, chissà quante volte, gettato uno sguardo sotto la protezione delle gelosie del suo mignano, a quella folla rumorosa, vestita di mille colori spesso scimmiottanti quelli delle divise papaline. Un poco avrà ricordatole smaglianti divise degli eserciti di tutti i suoi otto figli, messi da Napoleone a governare mezza Europa e, in particolare, quelle di suo genero Gioacchino Murat, re di Napoli che, per le divise variopinte e sontuose aveva un particolare debole. Avrà forse mandato il pensiero indietro nel tempo, nei ricordi e nei rimpianti e pensato a quale tragico carnevale abbia attraversato l’Europa per così tanto tempo con gli eserciti variopinti di suo figlio. Oggi , poco o nulla è cambiato, quel triste, tragico carnevale continua con gente vestita dei colori delle tutte mimetiche, altro modo di sentirsi diversi per poi essere tutti uguali. Noi, dal canto nostro, abbiamo inventato un carnevale per ogni stagione. Oltre a quello ufficiale, godiamo di feste mascherate estive e settimanali, in qualsiasi villaggio turistico del mondo. Abbiamo importato un’altra carnevalata come la festa di Halloween, così lontana dalle nostre tradizioni e dalla nostra cultura. Se ci guardiamo intorno, molto della moda riporta a un quotidiano carnevale. Va così. Impazziamo tutti i giorni e non “semel in anno”, come pensavano gli antichi.    

Marcello Ramognino

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