Scriveva Gianni Amelio di 8 e ½ come di un film antesignano di un genere “caro a tutti quei registi che hanno paura dei generi e proprio per questo nessuno lo può praticare senza perdere la faccia.
Di 8 e ½ - continua il cinefilo direttore del Festival di Torino – non si può tentare nemmeno una parodia : non si farebbe ridere, si cadrebbe nel ridicolo”.

A queste parole, forse, Rob Marshall avrebbe dovuto dare ascolto prima di intraprendere l’avventura poseidonica di Nine, adattamento dell’omonimo musical di Broadway ispirato al capolavoro del Maestro riminese.

Fellini non permise, già al tempo del suddetto, l’utilizzo del suo nome e del titolo del film, ma quando di mezzo ci sono i sogni glamour di Hollywood, nulla si può fare per fermare lo scempio.

Un antesignano ispirato al delirio controllato di 8 e ½ furono le  Stardust Memories di Woody Allen : bianco e nero limpido, mare in tempesta all’orizzonte e destini amorosi sul filo del telefono, film-omaggio mai decollato per critica e pubblico, limitato dal suo essere troppo cerebralmente freddo.

E in questo si innesta bene la sottile analisi psicologica di Augusto Sainati che, citando una lettera del Maestro riminese al fidato amico sceneggiatore Tullio Pinelli, scrive, durante le riprese di La dolce Vita, di temere che sia “tutto brutto, inutile e senza senso”.
Per Fellini – sottolinea Sainati – questo “stato di incoscienza un po’ fanciullesca che finisce per sfociare in una sorta di paura da notte prima degli esami ha quasi un valore maieutico, serve a costituire un trampolino per la creazione e per il set”.

Una maieutica che evidentemente non ha colto, non ha tintinnato nel quid creativo del regista statunitense a cui, dopo l’ottima trasposizione del musical Chicago su grande schermo, non riesce il film dalle mille bandiere, come le nazionalità delle numerose star interpreti : inglesi, spagnole, francesi, italiane, statunitensi.

Un melting-pot che mantiene importanti ingredienti separati, qui mai davvero mescolati, uniti. Il Guido-Fellini (un Daniel Day-Lewis che preferiamo ricordare petroliere urlatore di “You’re just a bastard in a basket”) è un regista alle prese con una crisi creativa che si destreggia tra moglie, amanti, una madre (Sofia Loren) onnipresente, mariti traditi, produttori, creditori, fan della prima ora.

Tutta la vicenda ruota intorno ai rapporti del protagonista con ognuno di essi, durante la lavorazione di un film che non vedrà mai il buio della sala cinematografica.


Pur essendo cuore centrale della pellicola, i pezzi musicali risentono in parte del difetto di voler riprendere, come atmosfere, le situazioni già viste in Chicago, ma senza la verve dissacrante di una coreografia come quella vista nelle scene del carcere.

Interessante e trascinante, come una goccia nell’oceano, la coreografia della canzone Be italian, che alterna l’incontro con la prostituta Saraghina sulla spiaggia allo studio di Cinecittà, luoghi interconnessi dalla presenza di una sabbia fine e leggera.

Lo storico Studio 5 di Cinecittà viene qui trasformato in una sorta di luogo demoniaco, antro della bestia, piuttosto che lo spazio della creazione, la vera casa di Fellini, il luogo dove i suoi sogni lisergici o meno divenivano realtà materica, si imprimevano sulla pellicola.

Daniel Day-Lewis si impegna come solo un attore dalla tecnica ormai personale può fare, ma resta invischiato nel “maledettismo” del personaggio, senza riuscire a sottolineare l’amara ironia e il distacco del vero artista che impregnava viso, movenze e battute di “Marcellino” Mastroianni. Il melodramma si insinua quindi nella storia e nell’atmosfera del film a partire dai primi frames, il distacco maggiore è tutto qui.


Mai fuori ruolo, ma relegata in una confezione che non dà giustizia al suo metro recitativo, la Luisa-moglie di Guido, interpretata da Marion Cotillard che si cimenta nella strampalata My husband makes movies, cantando e chiosando su quanto la moglie di un regista debba essere una silenziosa compagna, un oggetto usa e getta nelle mani dell’artista che tutto può alle donne.

Ma l’attrice, premio Oscar per l’interpretazione di una struggente Edith Piaf, mantiene corde recitative più sommesse, lavora di sottrazioni e rivela – in una conferenza stampa affollatissima alla prima romana – di essersi ispirata alla moglie di Francis Ford Coppola e al suo intenso Heart of Darkness, il documentario (che ha visto anche una uscita libraria con il titolo di Diario dall’Apocalisse) girato durante la lavorazioine di Apocalypse Now.

Un documento che ben spiega il rapporto di amore-odio e nonostante ciò, di continua complicità osmotica tra artista e moglie.


Tutto resta in superfice, in questo Nine, un universo italiano da cartolina pop, kitch, un neo-vintage riuscito male che si riassume nelle sequenze aeree che riprendono il protagonista dirigersi verso un grand hotel delle romanissime spiagge di Anzio, guidando sulle campanissime strade della Costiera Amalfitana…

La creatività trasposta al cinema di All That Jazz, che già si ispirava in parte al capolavoro felliniano, è lontana anni luce : nel film datato 1979 la vicenda autobiografica di Bob Fosse riusciva a trasmettere l’atto creativo attraverso le energiche, scattanti coreografie e il tormentone di It’s show time! , che il regista ripete ogni mattina di fronte allo specchio ingurgitando lo stimolante dexidrina.

Qui ogni primadonna deve avere il proprio momento di fama e così il film si rivela sempre più un amalgama reiterato di assoli delle primattrici, da Nicole Kidman a Penelope Cruz, passando per la Cotillard e Kate Hudson. Un patchwork dalla resa ordinata e senza continuità.


E se la pubblicità sempre più gestisce anche la creatività, utile per un film costato 80 milioni di dollari, che dire dell’unica canzone originale del film, quel Cinema Italiano che condensa tutta l’operazione, un fastoso tentativo di rendere omaggio al glamouroso nostro cinema, che nelle parole della canzone rivela l’amore per il nostro neorealismo ( !), ma che nelle immagini, nelle movenze e nei costumi di Kate Hudson e dei ballerini ricorda più uno spot della Martini (sponsor, non a caso del film) che l’universo felliniano di harem folle e leggiadro. Fellini, parlando di 8 e ½, sottolineò con gusto del paradosso su quanto girarlo non gli fosse “costata nessuna fatica”.

Marshall, visto lo sforzo dello sfarzo del film, qualche fatica deve averla pure provata, ma a che pro ?
L’ex ballerino-coreografo ora – rivela Bruckheimer – si concentrerà sul nuovo episodio della saga dei Pirati dei Carabi, On Stranger Tides.

I balletti sulle marce assi di legno di velieri alla deriva forse gli saranno più congeniali.



Carlo Dutto
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