Alfio Pennega, indimenticato viterbese da poco scomparso, rivive nei cuori di quanti lo conobbero: le sue poesie, l'amore per la natura e il suo spiccato umorismo erano le doti che lo rendevano unico
- “Emergenza casa”… grazie, ma a Lui non serve più. Il suo destinatario Alfio Pannega  ha tolto l’incomodo e lo ha fatto a modo suo come un maestro Zen sa fare, come molti altri maestri nelle loro  bellissime storie  tramandateci dall’oriente hanno fatto. Ha saputo,  come uno di loro, scegliere il momento per congedarsi dagli affetti dei suoi amati confratelli laici del Centro Sociale, dagli altri amici più accostati, da quanti lo hanno fraternamente aiutato, dai suoi conterranei che lo hanno conosciuto di persona od indirettamente.


Egli che amava profondamente la Natura,  ed in mezzo al suo verde   ci viveva da alcuni anni, ha voluto cogliere l’esplosione dei colori della primavera; quelli più suggestivi per la sua amata   poesia e così da questa cornice congedarsi! E sì, perché i picchi della sua   poesia ispirata dalla sofferenza di una vita grama l’hanno sorretto nei momenti di difficoltà; la sua spontanea e colorita schiettezza è stata una chiave che gli ha procurato simpatie e benevolenza da tutte le persone frequentate.
E’ vissuto tra gli stenti specie nei difficili anni della guerra sorretto da un amore smisurato per la sua mamma, si sono sostenuti vicendevolmente; questa era la sua famiglia. Poi l’esperienza di vita vissuta anche  in una grotta, una somiglianza con quella di Betlemme contrassegnano un percorso che forse per una grazia divina lo fa ritrovare in una “Comunità” in mezzo a tanti giovani.

In questo centro  Alfio è il capo spirituale di una “Confraternita” laica apparentemente ma religiosa nella sostanza, ne diventa il “francescano” di spicco. E’ quel “Centro Sociale” di Castel D’asso  dove si praticano spontaneamente le regole dell’accoglienza  e della condivisione. In questa realtà ogni componente svolge il proprio compito con grazia  ed amore e vivono in armonia proprio come avviene in certi monasteri e, per certi aspetti, c’è forse qualcosa in più. Qui si pratica la musica, c’è chi fa pittura e chi con creatività compone oggetti artistici. Non manca l’orto ed Alfio l’ha sempre voluto e curato; era un ecologista puro attorniato da cani e gatti che facevano a gara per farsi accarezzare… così li aveva abituati!

Ora che manca Alfio, nulla muterà in quella “Comunità”; la fratellanza e la libertà da ogni ingerenza esterna continueranno a perpetuarsi tra quei suoi discepoli. D’altronde lo si è capito dalle parole d’addio pronunciate in una cornice di palpabile commozione dal laico Beppe Sini a cui  è toccato il compito di officiare quel rito primordiale  nato con l’uomo, quello cosiddetto  “Pagano”. Il termine “Pagano” è bello, è sublime ed è stato  istintivamente praticato dagli uomini in simili circostanze quando le religioni ufficiali non esistevano e queste ne  hanno da quello trovato ispirazione.

Gli inseparabili amici di quel  “Centro”: Osvaldo  Ercoli, Antonella Litta, Pizzi Alessandro, Antonello Ricci e molti altri.  Tutti quelli più a Lui vicini sono stati a rendere omaggio al personaggio che onora Viterbo  e la Tuscia. Sono accorsi numerose le autorità ed i politici locali che potrebbero aver capito meglio l’insegnamento che è emerso da questi toccanti momenti: quello di poter veder  come le “Istituzioni” spesso si trovino assenti o impreparate di fronte ai bisogni, sempre più emergenti, tra i cittadini, in special modo tra gli ultimi!

San Pellegrino in fiore  ed in festa  ha visto nella domenica del due di maggio  in varie piazzette di quel quartiere una squadra di giovani declamare la poesie di Alfio. Erano i suoi “Amati” e per palcoscenico… gli scalini all’aperto da dove  si scandivano   i versi come avveniva nel teatro greco. Erano i protagonisti di uno spettacolo toccante ed unico  per la sua estemporaneità e per la motivazione; e la gente applaudiva ed applaudiva. Pure chi veniva da fuori, dalla provincia, sorpresa ascoltava acclamava e si chiedeva. Una “dedica” insolita  è stata questa  carrellata di declamazioni fatte per  Alfio ed in prima fila dirigeva Antonello Ricci   fino a quella ultima recitata in quella piazza unica per la sua splendida cornice ed anche  ricca di storia e dal nome significativo di “Piazza del Gesù”. Alla fine di ogni declamazione  il forte grido con ripetuta ovazione: “…Alfio Sindaco”. Sinceramente il senso di riconoscenza alla sua “Magnificenza”  da vederlo come un “Protettore” della sua amata Viterbo ci va bene; quanto al vocabolo di sindaco siamo in ben altro campo. Riferito a qualunque reggente istituzionale ha tutt’altra significazione rispetto alla “Spiritualità” dell’amato confratello. 

Quanto alla “Comunità” del Centro Sociale la vorremmo più fiorente dotata di un Resort  e  che ricalcasse quella di Osho a Pune in  India, visitata anche da diversi viterbesi, sorta  “ispirandosi ad un nuovo senso di stile di vita, fondato sull’armonia, la pace e la quiete interiore”, dove si pratica la “Meditazione”. Ci piacerebbe vedere esposto  l’epigramma ripreso da quello di Osho. Queste sarebbero le parole: “ Alfio. Mai nato, mai morto, ha solo visitato questo pianeta terra nella città di Viterbo  dal 21 settembre 1925  al 30 di aprile del 2010”.
Non va scordato che Alfio aveva un profondo senso dell’umorismo. “E per molti è considerata  una delle qualità più importanti di un vero uomo religioso”.

Un Laico Francescano

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