Crisi Nord Africa e aumento costo petrolio, ultime notizie - La Libia è il quarto produttore di petrolio africano e ne detiene la maggiore riserva. Con la crisi libica i titoli dei vettori aerei scendono nelle Borse di tutto il mondo. Anche se Ali al-Naimi, il ministro saudita del petrolio, ha promesso che l’OPEC aumenterà la produzione per far fronte a qualsiasi richiesta.

Colpita la ripresa
Le compagnie in linea sul Nord Africa contano i danni mentre la rivolta continua in Libia: sospesi da giorni i voli su Tripoli di Emirates, British, Lufthansa, da ultimo anche di Alitalia. Secondo Gunther Matschnigg, senior vp Iata per sicurezza, operazioni e infrastrutture, la rivolta del Nord Africa imprimerà una frenata forte alla ripresa in corso, soprattutto per il fermo su mete turistiche importanti come Egitto e Tunisia.
 
Emirates trasferisce l’offerta
Solo in febbraio Egyptair avrebbe offerto in leasing sul mercato 25 aeromobili inoperativi della flotta, Emirates ha ridotto le frequenze sul Cairo da 13 a sette. Perfino il solido vettore degli Emirati – finora praticamente immune alla crisi globale – registra in queste settimane un’occupazione del 75% contro uno storico intorno all’82%. Il vettore deve al Medio Oriente circa il 12% dei ricavi, ma è impegnato sulla regione con oltre il 50% della capacità offerta (in posti/settimana). Il presidente Tim Clark ha avvertito che se la situazione dovesse prolungarsi la capacità sarà trasferita su altri mercati, probabilmente Africa, Asia, Europa o Nord America. Clark ha spiegato che con la rivolta è letteralmente sparito il turismo cinese, ed è molto calato il traffico premium soprattutto sulle rotte per Egitto, Tunisia e Yemen.

Un fardello terribile
«Il petrolio potrebbe cambiare totalmente lo scenario – ha avvertito Giovanni Bisignani, presidente della Iata – trasformando in una vera sfida un anno che si annunciava di ripresa». Con il barile Brent a 84 dollari la Iata aveva da poco stimato per i 230 vettori associati il secondo anno di crescita dopo la crisi del 2008, prevedendo però un calo del 40% dei profitti netti (anche per l’estensione dell’offerta) fino a un totale di 9,1 miliardi di dollari nel 2011.

Ma con il Brent a 104 dollari i vettori dovranno sostenere costi aggiuntivi per circa 32 miliardi di dollari, «un fardello terribile, anche parzialmente coperto dal fuel surcharge, secondo le scelte delle singole compagnie». Anche perché il rincaro del petrolio si riverserà su tutto il mercato, e quindi sulle capacità di spesa della domanda.

La relativa stabilità del Golfo
Secondo gli analisti il barile potrebbe raggiungere i 115 o 120 dollari in due settimane, ripiombando in rosso le compagnie appena risalite dopo i colpi combinati della speculazione sul grezzo e la crisi finanziaria globale nel 2008. Tra l’altro dopo le perdite subite con l’acquisto di futures nel 2009 solo poche compagnie sono tornate a scommettere in anticipo sulla quotazione del petrolio, le altre ora dovranno assorbire interamente i rincari. Tutto dunque dipende da quanto a lungo durerà la rivolta del Nord Africa, e a quanto la speculazione infierirà sulla quotazione del petrolio.

Tra gli aspetti confortanti della complessa situazione gli analisti indicano la relativa stabilità degli stati del Golfo: negli Emirati la disoccupazione è contenuta, i regimi non sono repressivi, mentre il Bahrain potrebbe avviarsi a una transizione relativamente pacifica.

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