Professore ordinario di storia contemporanea e preside della facoltà di scienze politiche dell’università della Tuscia di Viterbo, il professor Maurizio Ridolfi presiede il Centro studi per la storia dell’europa mediterranea. E' autore di numerose pubblicazioni, tra cui  Le Feste Nazionali (Bologna, Il Mulino, 2003); Storia dei partiti politici. L’Italia dal Risorgimento alla Repubblica (Milano, Bruno Mondadori, 2008), e altrettanti articoli e saggi.

In occasione del convegno dal titolo "Celebrare la nazione"  frutto dell'organizzazione tra l'università della Tuscia di concerto con il  Comune, la Provincia e il sostegno di Fondazione Carivit e Unindustria - il professor Ridolfi  ha ripercorso gli anni e gli eventi che hanno portato alla nascita del nostro Paese, con l'intento di confrontarsi con le altre città italiane su questo importante anniversario.
Di seguito condivideremo insieme a lui alcune considerazioni sulla storia della nostra Repubblica, ripercorrendo le tappe di un percorso storico ricco di ostacoli e contraddizioni.

"Nell’orizzonte del processo di integrazione europea, il caso italiano rinvia ad altri casi di transizione democratica: al centro risulta la correlazione tra le politiche dell’oblio per un certo periodo indotte dal peso ingombrante dei ricordi  e le competitive politiche della memoria invece elaborate una volta che è parsa impraticabile la costruzione di un’effettiva identità collettiva basata sulle rimozioni o sulle dissimulazioni del passato.

Dopo il 1989 e con la caduta delle culture politiche della Repubblica dei partiti, entrò in crisi il racconto nazionale della storia italiana, costruito e rivissuto lungo l’asse che collegava il Risorgimento alla Resistenza, alla Costituzione repubblicana. Esso ha lasciato il posto a memorie alternative, di gruppi e categorie sociali, spesso rimosse o dimenticate, fondate su episodi dalla forte carica emotiva. Come in Francia e sebbene senza arrivare a leggi memoriali sui crimini del passato, quegli eventi drammatici sono diventati oggetto di apposite leggi dello Stato. Insomma, in questa nostra «età delle commemorazioni», anche in Italia alla crisi dello Stato nella sua accezione classica ha corrisposto uno spettro allargato di cerimonie nazionali, nel segno del ricordo e del pentimento.

Nel cinquantesimo anniversario della fine della II guerra mondiale le manifestazioni celebrative hanno potuto investire la più ampia politica delle commemorazioni fino ad allora svolta, prefigurando comuni iniziative nazionali di natura simbolico-rituale – come l’istituzione della Giornata della Memoria, il 27 gennaio di ogni anno – intese a ricomprendere le divisioni di un tempo in una critica capacità di fare i conti con il passato e di prospettare una possibile religione civile europea nel nome e nel ricordo del dramma della Shoah.

In occasione del 150° dell’unità d’Italia, il dibattito politico e i conflitti di memoria chiedono agli storici una sforzo in più di analisi e di comprensione. Anche in Italia, a maggior ragione con la crisi della Prima Repubblica (1992-1994) e l’avvento di una Seconda Repubblica (1994-2011), si è assistito ad un crescente e discusso ruolo di commemorazioni e anniversari. Il patriottismo repubblicano e costituzionale delle origini, con l’avvento di un sistema politico tendenzialmente maggioritario, non parve più offrire il corredo di simboli e rituali capaci, come in passato, di condensare i valori condivisi dalla maggioranza degli Italiani. Alle celebrazioni, sempre più discusse, dei momenti di “fondazione” della Repubblica (la Liberazione dal nazifascismo il 25 aprile e la nascita dello stato democratico il 2 giugno) si sono aggiunte commemorazioni e celebrazioni ulteriori, nell’orizzonte compreso tra storia nazionale e storia europea.

Ci si interroga sulla natura della nostra re religione civile al tempo della Repubblica. Già in passato una religione politica, come quella del fascismo, tentò di forgiare, con il ricorso alla forza, una comunità unificata, che le celebrazioni di regime esibivano senza alcuna alternativa possibile. Viceversa, nella democrazia repubblicana si sono confrontate idee e pratiche diverse di religioni civile, declinate nel segno delle ideologie politiche di massa, nella correlazione conflittuale tra antifascismo e anticomunismo.

Sono all’opera diversi «imprenditori di memoria», istituzionali e non, associativi e partitici.  Si pensi inoltre al ruolo assunto in Italia dagli ultimi Presidenti della Repubblica; in primo luogo Carlo Azeglio Ciampi, il cui operato al fine di ridare solennità sociale alle commemorazioni e alle feste civili dell’Italia repubblicana ha suscitato una discussione anche tra gli storici. Si pensi anche al ruolo del Presidente Giorgio Napolitano, proprio in occasione dell’avvio e dei primi momenti delle celebrazioni del 150° anniversario dell’unificazione, nonché del difficile parto della giornata di festa nazionale del 17 marzo 2011.

Occorre indagare sull’evoluzione delle cerimonie e commemorazioni. La disaffezione o l’impatto verso una festa civile nazionale vanno letti come esaurimento o ricezione dell’adesione ai valori che essa rappresenta, in una necessaria correlazione con le altre liturgie concorrenti o antagonistiche. Basti pensare alle liturgie politiche della Lega di Umberto Bossi, la festa-raduno di Pontida (dal 1990) e gli altri rituali leghisti, che contestano la nazione italiana e propongono un alternativo apparato simbolico-rituale a sostegno della rappresentazione della “nazione padana”.

Ciò implica la opportunità di studiare l’insieme delle manifestazioni civili e politiche, nonché le implicazioni molteplici che la prestazione commemorativa ingloba in sé. Esiste lo spazio della nazione ma anche quello della “piccola patria”; con numerosi riscontri in ambito territoriale circa il rilancio di manifestazioni che tendono a rappresentare le identità delle comunità locali come fattori costitutivi di una rappresentazione plurale e federativa di un’Italia delle città e delle regioni". 

A.S.


 

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