Il pacchetto clima, negoziato dai 27 Paesi membri dell’UE, mira a ridurre il 20% di CO2, aumentare del 20% i consumi di energia da fonti rinnovabili, e aumentare del 20% l’efficienza energetica entro il 2020. L’Italia negli ultimi anni ha gia di per sè aumentato le emissioni di gas climalteranti in atmosfera del 7,9% rispetto al trend positivo di drastica riduzione di gas serra degli altri Paesi membri; un aspetto che denota la presenza di un industria assistita, poco innovativa e al tempo stesso inquinante.

L’Italia chiede la rinegoziazione perché il pacchetto clima-energia va a discapito delle imprese: un salasso in pratica per un modo di intendere e volere arcaico. Che il Bel Paese sia ormai una sorta di contenitore vuoto in tema energetico è oramai risaputo. Non esiste una politica energetica seria che guardi alle reti corte, in particolar modo sulla promozione delle fonti rinnovabili con rete corta. Il nostro Paese pur essendo dislocato nel bacino del Mediterraneo, dove l’offerta di zone a forte irraggiamento solare non mancano, vi sono poche e timide iniziative politiche ed economiche, e delle volte anche distruttive, che mirano a sviluppare la produzione di energia dal “Dio Sole”.

Un esempio su tutti è la bocciatura da parte della Commissione Ambiente della Camera sulle proroghe degli sgravi fiscali del 55% per gli interventi sul risparmio energetico e la promozione delle fonti rinnovabili in edilizia.  Anche i più illustri esperti mondiali nome Rifkin, economista di grosso calibro, sono convinti della necessità di agire attraverso una “rivoluzione industriale” che punti maggiormente sulla ricerca dei nuovi materiali, della diffusione delle reti corte, ad una maggiore presa di coscienza del problema dell’autonomia energetica che parta dal basso. Il Governo Berlusconi, dal canto suo, punta a risolvere il problema dei rifiuti attraverso il meccanismo dei CIP6, ora estesi anche all’incenerimento per mezzo dei termovalorizzatori.  

Le Società titolari dell’impiantistica potranno in questo modo usufruire del contributo statale per effetto di un provvedimento-emendamento presentato in parlamento dall’attuale Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo. In questo modo si ampliano i benefici statali relativi alla promozione di un rinnovabile assimilato ai rifiuti: la frazione secca dei rifiuti (carta e plastica) differenziata diviene combustibile ad alto contenuto energetico da poter poi utilizzare per produrre energia elettrica. Una stortura tutta italiana che allontana il nostro Paese dal resto d’Europa.

Allo stesso modo diventa paradossale e pericoloso aver trasmutato il recupero dei rifiuti in recupero energetico. In questo modo si è dato il via anche all’utilizzo del CDR (Combustibile Derivato da Rifiuti) per le centrali a biomasse, uscendo clamorosamente fuori dal concetto di biomassa inteso come scarto vegetale da attività selvicolturali. Rendere un Paese autonomo energeticamente non significa puntare sull’impiantistica con mega centrali, inceneritori, eolico selvaggio, false centrali a biomassa, un minestrone affaristico-speculativo al sol beneficio delle tasche di un certo modo di fare impresa, ma rendere libero il cittadino di poter scegliere l’energia rinnovabile da produrre e consumare in proprio, con il mini eolico, con le fattorie energetiche della biomassa (quella vera), con il solare-fotovoltaico.

Superare le reti di grande distribuzione è una sfida possibile da perseguire grazie ad un coinvolgimento diretto del mondo industriale e para-industriale. Una società che decide di puntare sulla produzione di nuovi materiali applicati alla bioedilizia ne è un esempio tangibile e possibile, quindi possibile da attuarsi. Ma rete corta significa anche decidere e attuare una riconversione dei trasporti da gomma a rotaia, attraverso un vero ammodernamento infrastrutturale delle reti esistenti; dei mezzi di trasporto pubblici; dello stesso comparto automobilistico italiano che dovrebbe cominciare a puntare verso produzioni pulite, auto ibride per poi raggiungere la meta dell’idrogeno.

La politica può fare la sua parte con provvedimenti ad hoc, responsabili e quindi coscienziosi, come l’incentivazione della ricerca applicata alle nuove tecnologie e dei nuovi materiali, a discapito delle vecchie ed obsolete tecniche di produzione energetica come il carbone e il petrolio, fonti fossili da cui derivano i maggiori problemi di emissioni e quindi dell’allontanamento dagli obiettivi prefissati dal prima e dopo Kyoto. Ma esiste anche il paradigma del nucleare propinato come soluzione immediata per far fronte al gap energetico italiano. Un azione però inconsistente, in quanto si cerca di far spacciare come realistico lo scenario di “eco centrali” nucleari da attivare il più presto possibile, come soluzione tra le diverse alternative di rischio: combattere i cambiamenti climatici con gli incalcolabili rischi delle centrali nucleari.

Un agire di questo Governo che va verso quella direzione. Rinegoziare servirebbe solo a perdere ancora tempo, quello con cui devono confrontarsi gli uomini che quotidianamente devono competere, quelli che devono far girare i mercati, l’economia di un Paese in forte ritardo rispetto al resto d’Europa. Che la nostra possa essere definita una sorta di economia residuale è un concetto che si manifesta proprio nel settore energetico ancora relegato al diritto minerario (come ai tempi del vecchio West) e,  cosa ancor più grave, l’imposizione politica che permette di sottostimare volutamente i pericoli derivati dal nucleare e amplificare la catastrofe ambientale, a danno dei rimedi (risparmio energetico e fonti rinnovabili) messi dietro l’angolo di una profonda ombra.

Vito L’Erario
Presidente Accademia Kronos Basilicata

FONTE: Pandosia.org

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