La vasta area compresa tra il Lago di Bracciano, i Colli Ceriti, i Monti della Tolfa e le valli del Biedano, del Mignone e del Marta, cuore dell’Etruria Meridionale, custodisce valori ambientali e paesaggistici di straordinario valore. Tra la Tolfa, il Mignone e il Marta, in particolare, permangono scenari silvo-agro-pastorali spesso così intatti (e peraltro nemmeno violati da fenomeni di “turismo di massa”) da essere ormai rari non soltanto nel Lazio, ma nell’intera Penisola. La Maremma laziale, d’altronde, è rimasta oggi una delle poche aree della “regione di Roma” (assieme alla Sabina e al resto della Tuscia viterbese) ad aver mantenuto un rapporto relativamente equilibrato tra attività umane tradizionali (agricole e pastorizie) e ambiente naturale.

La buona conservazione dell’ecosistema-paesaggio della “campagna”, in particolare, altrove ormai in crisi e quasi scomparso a causa di un’urbanizzazione caotica e speculativa (si pensi – restando nel Lazio - all’Agro Romano, alla Valle Latina, a vaste porzioni dell’Agro Pontino e della Valle del Sacco) riveste un’importanza assoluta anche quale biotipo per la persistenza di molte specie animali. La fauna di questo comprensorio è infatti tra le più ricche d’Italia, specialmente per quanto riguarda i rapaci (presenti in grande varietà su queste colline), che soprattutto sui Monti della Tolfa possono trovare ecosistemi ancora in grado di soddisfare le proprie esigenze alimentari e riproduttive: alcuni studiosi sostengono addirittura che sulle rupi tolfetane nidificherebbe tutt’oggi il capovaccaio, il caratteristico avvoltoio italiano un tempo diffusissimo in tutto il Lazio e ora a rischio d’estinzione in Italia; significativa, sempre sulla Tolfa, è pure la presenza del lupo appenninico, quivi tornato sin dagli anni ‘50. Anche la flora è magnifica, con innumerevoli esemplari di orchidee e vastissime coperture boschive per lo più a macchia mediterranea, ma anche con interessanti esemplari di “faggete depresse” (come quelle nei pressi di Oriolo ed Allumiere) e betullete (Manziana).

Dal punto di vista morfologico, inoltre, sono da notare in primo luogo le numerose e caratteristiche forre tufacee, spettacolari canyon (come quello del Biedano) scavati negli altopiani dai numerosi fiumi e torrenti di una zona ricchissima di acque; in secondo luogo, sempre sulla Tolfa ammiriamo scenografiche pareti rocciose di trachite, tra cui spiccano quelle di Ripa Maiale e dei Sassoni di Furbara. Curiosa infine la presenza di un minuscolo “geyser” attivo nella Caldara di Manziana (presso Bracciano) residuo dell’antica attività vulcanica che ha conformato, assieme al lento lavorio dei corsi d’acqua, l’ambiente di questa zona come quello di tutto il resto dell’Alto Lazio etrusco. Un comprensorio, quello dell’Etruria laziale, reso peraltro unico dalla possibilità di creare percorsi integrati volti a collegare la fruizione turistica di differenti realtà come la collina, la montagna, la campagna, il lago e il mare, in una ricchezza di biodiversità ristretta in una manciata di chilometri che ha pochi paragoni in Italia: a breve distanza da questo pregiato entroterra, infatti, c’è il litorale di Santa Severa, Macchiatonda e Palo, che, nonostante pesanti manomissioni da parte dell’uomo, conserva alcune zone assai interessanti sotto il profilo naturalistico, paesistico, storico ed archeologico, talvolta tutelate da piccole aree protette. Più a Nord, nel Viterbese, sono le belle pinete della Riva dei Tarquini e le Saline di Tarquinia, da anni riserva statale.

E non c’è “soltanto” la natura. Oltre, come già detto, alla grande ricchezza di biodiversità, l’entroterra tolfetano e maremmano spicca per l’altrettanto eccezionale presenza di testimonianze archeologiche relative agli etruschi (e in misura minore ai romani), che fanno di questa zona forse la più interessante dell’intera Etruria: le necropoli di Cerveteri, Tarquinia, Norchia, San Giovenale e San Giuliano sono solo alcuni dei siti più noti. Per quanto riguarda la storia più recente, invece, va ricordata la presenza di rovine medievali e rinascimentali, spesso compendiate nelle cosiddette “città morte”, qui assai diffuse, tra cui la spettrale Monterano e la stessa Norchia sono le più suggestive. Inoltre, i resti dell’antica attività estrattiva, soprattutto nel territorio di Allumiere, con pittoresche cave e miniere abbandonate, costituiscono un potenziale turistico tutto da riscoprire e valorizzare, come ad esempio è stato già fatto, con successo, in varie zone della Toscana. Infine vanno ricordati gli stessi centri storici, molti dei quali ben conservati e d’aspetto medievale, tra cui risaltano Bracciano con suo poderoso castello, Tolfa e Trevignano Romano con le loro rocche dirute dai panorami mozzafiato e Blera con i suoi pittoreschi monumenti medievali, romani ed etruschi: talvolta si tratta di centri perfettamente armonizzati col paesaggio e in tal senso sono casi eloquenti i borghi di Barbarano Romano, Ceri, Rota (purtroppo privato), Sasso (purtroppo deturpato recentemente da una volgare lottizzazione), Civitella Cesi e la stessa Blera; le ben più celebri Tuscania e Tarquinia, dal canto loro, sono tra le cittadine medievali più affascinanti del Centro Italia. Più spesso, però, i centri storici hanno subito danni irreparabili al proprio tessuto urbano (e in taluni casi anche al paesaggio suburbano): è il caso ancora di Bracciano, Tolfa e Tarquinia, ma anche di Cerveteri, Anguillara, Trevignano, Manziana, Oriolo Romano ed Allumiere, senza contare la stessa Civitavecchia, il cui impatto, anche urbanistico, va ben oltre il litorale.

   In questo vasto territorio sono state nel tempo istituite alcune piccole aree protette di estremo interesse, come il Parco Regionale Marturanum, la Riserva Naturale di Tuscania, le Oasi WWF di Palo e Macchiatonda, il Monumento naturale della Caldara di Manziana, la Riserva Naturale di Monterano e il più “giovane” Parco Regionale del complesso lacustre di Bracciano e Martignano; le Necropoli di Tarquinia e Cerveteri sono state inserite nella lista dei siti UNESCO. Incredibilmente, tuttavia, il resto del territorio, e in primis tutto il gruppo della Tolfa, sono ancora fuori dal sistema regionale dei parchi, esclusione che negli ultimi tempi ha permesso il manifestarsi di inquietanti episodi di speculazione ed abusivismo edilizio nelle campagne, cui le amministrazioni locali non hanno saputo (né voluto) porre alcun freno. A fare da contraltare a questa situazione negativa, per fortuna, c’è stato il recente riconoscimento quali SIC (siti d’interesse comunitario) e ZPS (zone di protezione speciale) di buona parte delle zone non ancora tutelate come parchi e riserve, ciò che per lo meno renderà d’ora in poi più improbabile l’attuarsi di progetti ad alto impatto ambientale (come ad esempio la paventata demenziale centrale eolica di Freddara, ad Allumiere): allo stesso tempo, però, tali “contrassegni” non significheranno nei fatti una reale controllo sul territorio della Maremma tolfetana e viterbese, ma un semplice “monito”, purtroppo facilmente eludibile nei casi più piccoli e meno evidenti (si pensi alla proliferazione indiscriminata di ville, villette e capannoni), magari con la connivenza, più o meno tacita, di alcuni politici locali. Il rischio è in fatti quello di assistere in pochi anni allo scempio di questo magnifico territorio, poiché le aree più vicine a Roma (e agli assi viari principali) stanno oggi subendo un’aggressione edilizia ingente ed inquietante nella forma cancerogena dell’insediamento sparso, fenomeno che in molti casi ha già finito col banalizzare o cancellare del tutto il paesaggio originario (come da tempo è in parte accaduto attorno al Lago di Bracciano e a Cerveteri). Come se non bastasse, infine, nuovi progetti di centrali eoliche nella Maremma Laziale sono state rilanciate recentemente da più Comuni, mentre non è ancora chiusa la vicenda della mostruosa antenna radiotelevisiva di 150 metri che Rai Way vorrebbe installare presso Civitella Cesi, e cioè in uno degli angoli più splendidi ed unici del Lazio.

Oltre alla speculazione edilizia e ai vari progetti impattanti, l’istituzione di efficaci strumenti di tutela del comprensorio della Maremma laziale meridionale vede oggi altri gravi ostacoli, relativi in primo luogo all’esistenza di vaste tenute agricole private molto restie all’istituzione di un parco naturale, visione negativa propria anche degli allevatori che pensano automaticamente ad un’area protetta come ad una limitazione delle proprie attività; considerazioni, queste, spesso fomentate dalla speculazione e conseguenti alla quasi totale assenza di una cultura ecologista, lacuna che già in passato fece fallire i progetti per il Parco Regionale dei Monti della Tolfa. Un altro problema del comprensorio è poi la presenza, nel Comune di Monte Romano, di un poligono militare di oltre 5000 ha, che, pur contribuendo ad un certo mantenimento paesaggistico degli ecosistemi, non ne assicura tuttavia certo la qualità ambientale, precludendo peraltro al visitatore una porzione del territorio molto ampia ed assai significativa sotto il profilo turistico ed escursionistico, anche per la presenza, nella zona militare, di un lungo tratto dell’antica Via Clodia e di una parte dell’area archeologica di Norchia; inoltre, alla lunga la gestione militare di questo lembo di Maremma non ne assicura affatto un corretto utilizzo, poiché le attività militari non possono essere soggette a controllo pubblico e civile, con il risultato che anche qui potrebbero prima o poi essere compiute ingenti manomissioni senza che nemmeno vi possano essere dibattito o opposizione alcuni. Dal punto di vista strettamente paesaggistico, invece, va rilevata purtroppo la presenza in questo vasto territorio di numerosi elettrodotti (talvolta ciclopici) collegati alle due centrali di Civitavecchia e Montalto, che sfigurano aree di straordinario valore ambientale e sede peraltro di attività agricole e zootecniche di grandissimo pregio, tra le più selvagge e disabitate del Lazio (in particolare in più punti sulla Tolfa e quasi dappertutto tra Tarquinia e Tuscania), che – se almeno parzialmente liberate dai tralicci e valorizzate, tramite un’adeguata cartellonistica, con itinerari escursionistici, ciclistici e, per che no, automobilistici – potrebbero già da soli costituire un eccezionale attrattore turistico, come ormai da decenni avviene ad esempio in molte zone della Bassa Toscana, dove il paesaggio “on the road” è uno degli elementi più apprezzati dai viaggiatori. Infine menzioniamo il mostruoso progetto, ciclicamente riproposto da politicanti locali e non, dell'"autostrada tirrenica" fra Lazio e Toscana, che non soltanto ferirebbe a morte l'ecosistema dell'intera Maremma, ma causerebbe - direttamente o indirettamente - anche la chiusura di molte aziende agricole e, più in generale, un forte depregiamento dell'immagine e delle valenze turistiche del comprensorio.
   
Insomma, nonostante i suoi tanti problemi, la Tuscia tolfetana e maremmana si configura oggi, in virtù delle sue peculiarità, come un territorio di estremo valore non solo per il Lazio, ma anche per l’intera Penisola, anche perché molte delle emergenze da tutelare sono pressoché assenti in qualsiasi altra parte d’Italia, in primis il sistema delle forre tufacee e delle necropoli rupestri. Sicché vi sarebbero tutte le ragioni per ipotizzare l’istituzione di un nuovo parco nazionale o di una qualsiasi altra forma di salvaguardia a più alto livello amministrativo. Ad ogni modo, la creazione di una nuova grande area protetta a carattere nazionale costituirebbe un primo serio passo verso la tutela del paesaggio della Tuscia maremmana, paesaggio in buona parte ancora miracolosamente integro ma oggi in grave pericolo, anche a causa dell’incombente degrado dell’area metropolitana e suburbana di Roma, che ha già divorato ettari su ettari intorno al Lago di Bracciano e che nemmeno il parco dei laghi di Bracciano e  Martignano, con la sua tormentata e ristretta perimetrazione, è riuscito efficacemente ad arginare.
Va da sé che il parco potrebbe essere ovviamente esteso al resto della Maremma laziale (fino alla Valle del Fiora e al confine con la Toscana, saldandosi con la già esistente Riserva Naturale della Selva del Lamone), un’area oggi (come pure gran parte della Valle del Marta, del resto) intensamente coltivata (tra l’altro con punte di riconosciuta eccellenza soprattutto nel campo oleario) ma che custodisce valori ambientali e paesistici straordinari ancora da promuovere e salvaguardare (un progetto in tal senso è già stato proposto da Legambiente per la Valle del Timone, presso Cellere). In una realtà ad alta vocazione agricola come l’Alta Maremma viterbese, potrebbe essere sperimentato uno strumento come quello dei “parchi agricoli”, volti alla difesa e alla promozione delle attività tradizionali legate all’agricoltura (con l’incentivazione delle colture biologiche e di quelle utili alla produzione di bioenergia), alla silvicoltura, alla pastorizia e all’artigianato, intese come risorse economiche, sociali ed ambientali. D’altro canto, la grande diffusione di agriturismi e di aziende agricole legate a prodotti biologici, che negli ultimi anni è avvenuta in maniera costante in tutta la Tuscia maremmana, e il buon successo a livello di visite delle riserve e dei parchi naturali ivi compresi (in particolare Vulci e Marturanum) e di alcuni centri storici (a partire dalla splendida Tuscania), costituiscono un segnale positivo nel contesto di una rivalutazione eco-turistica di tutta la zona.
   Ancor più coerentemente, l'area protetta, finora limitata all'ambito amministrativo laziale, se effettivamente istituita come "parco nazionale" potrebbe, e anzi dovrebbe, comprendere in qualche modo anche il magnifico territorio del Basso Grossetano, sia per le evidenti similitudini ambientali e storico-archeologiche (le forre, le necropoli, le vie cave, i borghi di tufo), sia soprattutto per l'estrema integrità dei valori ambientali, che qui hanno preservato esempi fra i più importanti e perfetti del "paesaggio etrusco", in particolare nell'ormai celebre triangolo Sorano-Sovana-Pitigliano: ciò porterebbe, d'altro canto, ad una tutela più rigorosa e completa della Valle del Fiume Fiora, il corso d'acqua forse più importante della Maremma dal punto di vista naturalistico. Nella prospettiva di un parco così esteso, tuttavia, anche le norme di tutela dovrebbero tener conto delle diverse situazioni sociali ed ambientali presenti nel territorio, nell'impossibilità, e anzi nell'inopportunità, di imporre vincoli e divieti generalmente propri di una riserva naturale (ad esempio il divieto di caccia e pesca) ad un'area così immensa. Al contrario, dovrebbe essere promossa la ripresa e la salvaguardia dei rapporti tradizionali fra uomo e ambiente, e cioè delle attività agro-pastorali, le stesse del resto, che hanno preservato fino ad oggi gran parte della Maremma dal degrado edilizio ed industriale. A tal proposito torna utile ricordare lo strumento dei "parchi agricoli", che in questo contesto andrebbero a costituire "sezioni" del più grande "contenitore" rappresentato dal Parco Nazionale, zone cioè in cui non sarebbe certo possibile né sensato, essendo zone di agricoltura estensiva, applicare le norme classiche di tutela integrale di flora e fauna. In ogni caso, essendo oggi il territorio maremmano un vero e proprio mosaico di ambienti e paesaggi, con l'alternanza continua di aree selvagge e naturali ed altre eminentemente rurali, è indispensabile trovare uno strumento che porti ad una tutela complessiva del comprensorio della Maremma tosco-laziale, per via della comune identità legata alle vestigia del popolo etrusco, ed un nuovo parco nazionale potrebbe essere la soluzione. Un comprensorio insomma, quello dell’Etruria maremmana tosco-laziale (in altre parole della “Maremma etrusca”), che rappresenta un “tesoro” nazionale sotto tutto gli aspetti: naturalistico, paesaggistico, archeologico, storico, artistico, culturale ed economico. Un tesoro da salvaguardare immediatamente come parco nazionale - il cui nome, suggestivo, potrebbe essere quello di "Parco Nazionale della Maremma Etrusca" -, e non solo in quanto perno dell’identità storica del nostro Paese, ma anche quale risorsa primaria per uno sviluppo sostenibile e duraturo delle popolazioni locali.

dott. Luca Bellincioni

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