CIVITAVECCHIA- ROMA (UNONOTIZIE.IT)

Legambiente: su inquinanti locali necessario tenere sotto controllo emissioni intera area, puntando ristrutturazione rete di monitoraggio.      

10,3 milioni di tonnellate di anidride carbonica (CO2), pari alle emissioni di un paese come l’Estonia

Numeri da brivido che faranno della centrale a carbone di Torre Valdaliga nord a Civitavecchia (Roma) il secondo impianto in Italia per impatto dal punto di vista climatico, con 6.500 ore all’anno di lavoro a pieno carico per produrre 1.980 megawatt ed un rendimento del 45%. E’ questo uno dei dati più eclatanti di “Stop al carbone”, il dossier nazionale di Legambiente, in cui punto per punto viene spiegato perché potenziare l’uso del carbone per la produzione di energia elettrica, come previsto dalla politica energetica del nostro Governo, sia una scelta decisamente sbagliata.

“E’ assurdo aver costruito a Civitavecchia una centrale a carbone facendo guadagnare al Lazio il record di uno dei peggiori impianti per l’impatto dal punto di vista climatico, le enormi emissioni di CO2 della produzione elettrica con questo combustibile sono inevitabili, il carbone “pulito” sotto questo punto di vista non esiste – ha dichiarato Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio–. Nonostante i tanti anni di protesta da parte di cittadini, comitati, associazioni e molte delle istituzioni locali si va proprio nella direzione opposta a quella fissata dall’Unione Europea.

In termini di emissioni di anidride carbonica, il carbone è il combustibile fossile che ne produce di più ed è  anche controproducente per l’economia del Paese: non ridurrà le bollette, non aumenterà la sicurezza e l’efficienza energetica dell’Italia.”   Il problema è del tutto evidente: anche centrali di nuova generazione, ancora in costruzione come quella di Civitavecchia, non riescono a scendere al di sotto dei 770 grammi di CO2 per chilowattora (kWh) prodotto, quasi il doppio di quello che emette una centrale a ciclo combinato a gas naturale. Ad oggi, peraltro, non c’è possibilità di intercettare l’anidride carbonica al camino evitandone la sua emissione in atmosfera, ma d’altronde sarebbe folle pensare di catturare la CO2 visto che secondo l’Ue nel caso di una centrale come quella di Civitavecchia costerebbe oggi circa 720 milioni di euro l’anno e potrebbe costare nel 2025 ben 460 milioni l’anno.

Questo senza conta re i consumi energetici aggiuntivi necessari a catturare e iniettare nel sottosuolo l’anidride carbonica: si stima che il processo consumi da solo tra il 10 e il 40% dell’energia prodotta dall’impianto con costi complessivi che lieviterebbero del 30-60% rispetto a quelli attuali.   Anche sul fronte degli inquinanti locali la situazione è da tenere molto sotto controllo. È noto, infatti, che la centrale fa parte di uno dei più grandi poli di produzione termoelettrica d’Europa: oltre 6.700 MW, considerando Torre Valdaliga Sud (TVS) e Montalto di Castro.

Considerando i dati del 2006 dell’Inventario Nazionale delle Emissioni (INES), si evidenzia per questi impianti il superamento di diverse soglie, a cominciare dalle quelle previste per gli ossidi di zolfo (Montalto 7.920 tonnellate/anno e Civitavecchia TVS 1.283 t/a, soglia di 150 t/a) e per gli ossidi di azoto (Montalto 2.815 t/a, soglia di 100 t/a), per continuare con il cadmio (Civitavecchia TVS 23,1 kg/a, soglia 10 kg/a), il cromo (oltre la soglia di 100 kg/a due punti di Civitavecchia TVS, con 322 kg/a e 165 kg/a) e il nichel (Montalto 437 kg/a, Civitavecchia TVS 325 kg/a e 149 kg/a contro soglia 50 kg/a). 

La sporca avventura del carbone a Civitavecchia sembra proprio continuare male: un recente esposto dei comitati e delle associazioni locali evidenzia, infatti, che i primi scarichi dello sporco combustibile sarebbero avvenuti in barba alle prescrizioni per evitare la dispersione di polveri nelle fasi di trasporto.

Giuste anche le osservazioni sul fronte delle autorizzazioni ambientali: mentre è in corso il procedimento di riesame, sarebbe infatti scaduta alla fine dello scorso dicembre l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) per l’impianto, mentre manca ancora “una valutazione preliminare dei possibili composti inquinanti”, con carenze in particolare per l’Arsenico, il Cloro e il Fluoro.

Peraltro, anche sul reimpianto sperimentale della prateria di Poseidonia, non risultano interventi relativi alla manutenzione e al mantenimento, pur essendo state segnalate diverse situazioni di danneggiamento   “Se sulla CO2 siamo molto preoccupati, anche sul fronte degli inquinanti locali la situazione va tenuta sotto controllo, dismettendo l’inutile osservatorio ambientale e affrontando seriamente la necessità del monitoraggio –ha dichiarato Cristiana Avenali, direttrice di Legambiente Lazio-. Va ristrutturata la rete di monitoraggio, verificando la modellistica diffusionale e verificando quindi la collocazione delle centraline, ma anche ridefinendo gli inquinanti da controllare, comprendendo anche le PM2,5 e l’ozono, con un nuovo biomonitoraggio soprattutto in relazione ai metalli pesanti, tenendo conto della necessità di monitorare i comparti agricoli e turistici. Così come va predisposto un meccanismo di certificazione e validazione delle emissioni del sistema di monitoraggio continuo ai camini (SME). Compiti che, a nostro avviso, vanno tutti affidati all’ARPA Lazio, come nel resto della Regione.”

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