CIVITAVECCHIA - ROMA (UnoNotizie.it)

La decisione della Sapienza di bloccare le immatricolazioni a tutti i corsi di laurea decentrati della regione, compreso il Polo di Civitavecchia, non giunge inaspettata. E’ l’effetto della scellerata politica accademica del governo Berlusconi, che ha imposto drastici tagli di bilancio al sistema universitario nazionale. L’operazione si è sviluppata in due tempi. Prima con la decurtazione delle risorse (Finanziaria 2008) e il depotenziamento progressivo dell’offerta locale, giudicata ‘improduttiva’. Poi con l’adozione di criteri di merito per i finanziamenti, le ‘pagelle’ assegnate il mese scorso dal ministro Gelmini sulla base di parametri di valutazione chiaramente finalizzati a penalizzare alcuni Atenei (fra cui la stessa Sapienza) a beneficio di altri.

Questa strategia orientata alla liquidazione di fatto dell’offerta decentrata era stata denunciata da chi scrive a più riprese e in tempi non sospetti già a metà luglio 2008, alla fine di agosto dello stesso anno e più di recente qualche settimana or sono. Di fronte a un disegno così tenacemente perseguito e a interessi che non tarderanno a manifestarsi con il prossimo anno accademico il potere di negoziazione dei sistemi locali, amministrazioni pubbliche e partner di diritto privato, era ed è praticamente nullo. Essendo gli Atenei i soli titolari legali dell’offerta universitaria pubblica le loro decisioni sono inevitabilmente destinate a prevalere. A più riprese avevo del resto segnalato come anche in ambienti accademici si annidasse un’ostilità crescente verso le ‘autonomie’ territoriali. I vincoli previsti dalla legge 270, aumentando i costi di gestione a carico dei partner locali, hanno dato il colpo di grazia al nostro e agli altri Poli decentrati.

Anche l’amministrazione comunale è finita sotto il ‘fuoco amico’ di questo governo. Va detto però che le misure annunciate per limitare il danno non sono da sole sufficienti a rilanciare, con modalità necessariamente assai diverse, le prospettive future del Polo. Si promettono forme di compensazione per gli studenti meno abbienti interessati ai corsi di Ingegneria e un sistema di tutoraggio che dovrebbe alleggerire le conseguenze della dismissione dei corsi istituzionali. Misure necessarie ma che non devono esimerci da altre responsabilità. La prima delle quali è quella di concorrere al ridisegno di un Polo universitario territoriale integrato. Occorre liberarsi dall’ossessione del ‘corso di laurea’, magari dequalificato e poco orientato alle vocazioni produttive del territorio, ma buono ad alimentare fasulle politiche d’immagine.

E’ proprio la strutturazione dell’offerta didattica in corsi di laurea che ha condannato in Italia la pratica del decentramento, ingessandola e sottoponendola a vincoli finanziari e organizzativi insostenibili. Oggi si deve puntare a specializzazioni orientate al lavoro. Un lavoro che sarà di qualità se integrato con i bisogni del comprensorio e garantito da un percorso formativo adeguato e versatile. Quindi puntare su master, post-lauream e laboratori scientifici più che su corsi di laurea tradizionali, costosi e di difficile gestione. Ma è anche necessario salvaguardare esperienze di formazione, come nel caso di Consulenza aziendale e come potrebbe essere per Servizio sociale e per i corsi paramedici, che preparino operatori specializzati per le esigenze del territorio.

Occorre poi disporre di servizi agli studenti, di tutti i corsi di laurea, che alleggeriscano i costi economici e sociali del pendolarismo. Bene i tutoraggi in loco che Ingegneria si sarebbe impegnata a fornire (pretendendo però una precisa declaratoria dei servizi didattici erogati). Ma allo stesso tempo si verifichino le opportunità messe a disposizione dalle tecnologie della formazione a distanza. Già adesso, anche in Italia, molti corsi sono interamente svolti in videoconferenza, con esercitazioni online e accessi telematici al sistema dei servizi. La stessa Sapienza non è alla retroguardia in questa sperimentazione.

Serve inoltre rendere nitido un progetto insieme didattico, scientifico e più estensivamente culturale. Civitavecchia non ha mai realmente beneficiato della presenza universitaria. Nell’opinione pubblica si è finito per viverla come una semplice occasione per rendere meno faticosa e meno economicamente onerosa per le famiglie l’attività di studio. Esigenze legittime ma non sufficienti a giustificare un progetto che può nutrire ambizioni assai maggiori. Per questo bisogna ripartire subito, coinvolgendo tutti i soggetti amministrativi e imprenditoriali interessati in un percorso di ripensamento e ricostruzione dell’offerta universitaria. Raccogliamo come una sfida le difficoltà attuali e sforziamoci finalmente di pensare in grande e di agire di conseguenza. Oppure rassegniamoci alle povere prospettive che la politica di questo governo assegna alla formazione avanzata, alla ricerca, alle loro potenziali articolazioni territoriali.

Nicola Porro


- Uno Notizie Civitavecchia -
 

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