Quando l’aria sapeva di tabacco nero e di cointreau
INTERVISTA A GIANNI MURA
di Fabio Stassi

Caro Gianni, è bello starsene seduti sotto questo platano immaginario, con un pastis davanti, ad ascoltare, come dici tu, la voce delle strade e di tutti i Tour che sono passati da qui. A rileggerle tutte insieme, le tue cronache disegnano una grande commedia umana. Quasi una controstoria, una controcronologia del secondo Novecento, con le sue date alternative, i suoi nomi, le sue tragedie. La prima volta avevi poco più di vent’anni, il giornalismo era ancora un affare eroico, letteratura, il ciclismo una questione tra padri e figli, era il 1967, e nei bistrot vicini alle stazioni “l’aria sapeva di tabacco nero e di cointreau”…

Per me il ciclismo è stato una vera scoperta umana, non solo un modo diverso di scrivere di sport. All’inizio dell’avventura ero troppo giovane per pormi il problema, avevo qualche irrequietezza e una certa dose di presunzione. Per esempio, non mi andava tanto a genio l’idea di fare il giornalista sportivo. Non sono mai stato magro, ero di quelli che all’oratorio giocano solo se portano il pallone (e io lo portavo). Come tanti, immagino, ho scritto sul giornalino del liceo, si chiamava Il Sandrino (liceo Manzoni, sai che fantasia) ed erano recensioni cinematografiche di film per pochi, pochissimi, preferibilmente coi sottotitoli in ungherese. Mi sentivo in qualche modo (in un modo da gran coglione) votato alla scrittura, ma perbacco, uno bravo come me doveva chiamarlo il Corriere e dagli il posto di Moravia, mica la Gazzetta.
Ma la primissima vera scoperta fu che non solo ero libero di scrivere, ma mi pagavano pure. E potevo girare l’Italia e poi forse l’Europa, il mondo. Questa scoperta ha soffocato quasi subito l’università (4 esami di Lettere moderne in tutto, avrei voluto insegnare italiano o francese), mi ha portato a leggere molto di più per superare il complesso degli studi interrotti. Figlio unico, i miei ci tenevano al classico pezzo di carta, ma dopo qualche mese di Gazzetta ho scoperto che ritagliavano tutti i miei pezzi e li incollavano su un grosso album.
Avevo poco più di 19 anni quando mi presero come ragazzo di bottega in Gazzetta, e meno di 20 al mio primo Giro d’Italia (1965, Adorni). Nel frattempo avevo capito che scrivere su un giornale che va in edicola non è come scrivere sul Sandrino. L’avevo capito perché me l’avevano fatto capire, a partire dal direttore Gualtiero Zanetti. Attendevo con ansia, dopo qualche g.m. e g.mu., il primo pezzo vero. Era un’intervista a Germano, del Milan, che più tardi divenne famoso per avere sposato la contessina Agusta. Lo scrissi "à la Brera" (era il mio idolo, il mio santino) per far vedere com’ero bravo, come potevo saltare da crapottone a struggle for life, dal latino maccheronico al francese. Era una solenne porcata. Infatti Zanetti mi convocò: teneva i due fogli rosa per un angolino, come la coda d’un topo morto. "Questo pezzo lo arrotoli e te lo ficchi nel culo, giovane Mura. Di Brera, che è mio amico, ne basta uno". Poi, più paterno: "Hai fatto le domande giuste, hai avuto le risposte, adesso riscrivi tutto in un italiano normale. E ricorda che il tuo pezzo lo legge il professore e lo legge il muratore della Bovisa, e il muratore ci si fa il cappello, dopo".
E’ stata la prima e ultima volta che ho riscritto un pezzo, ma questa frase di Zanetti non ha smesso di accompagnarmi. Devo aggiungere che ho trovato, ai miei inizi, colleghi più anziani che generosamente mi hanno aiutato a crescere. Oggi ho una carriera robusta alle spalle, ma quarant’anni fa non era così naturale che si desse spazio a un pivello, non solo per il lavoro grosso (le interviste) ma per pezzi che allora si definivano "di colore". E’ per questo che ho sottoposto al curatore, Simone Barillari, pezzi dei miei primi Tour: perché da lì sono partito.

Alfabeto della memoria, epica della nostalgia, nostalgia dell’epica… In realtà la letteratura ci restituisce il tempo e verrebbe voglia che tu scrivessi anche i tour che non hai visto: sarebbe sempre in diretta, mentre è proprio il nostro presente che ci appare in differita, distante, schermato, quasi non si riuscisse più a toccare il centro di quello che accade…

L’aria sapeva di tabacco nero e di Cointreau, effettivamente. Si vedeva poca corsa, allora. Mi sembrava giusto aggiungere un tocco d’atmosfera. Essere inviato, non importa se a New York o a Belluno, per me significava dare conto di quel che vedevano i miei occhi, di quello che annusavo. Allora era obbligatorio usare la prima persona plurale, che ho sempre sentito come una pesantissima palla al piede. Il pezzo del ’67 su Simpson morto è il primo in cui ho usato l’io. Ero troppo coinvolto emotivamente per usare il noi. L’epica nel ciclismo viene facile, non a caso le corse a tappe, il Tour più di ogni altra, sono definiti chansons de geste. Per tre settimane gli stessi protagonisti (eroici o timidi o assenti-presenti) lottano per un trofeo, una maglia gialla, più altre secondarie. Ogni giorno succede qualcosa, non c’è spazio per le chiacchiere ma ce n’è molto per le sfumature. Ho cercato sempre, non so quante volte riuscendoci, di tenere separata l’epica dalla retorica. In più, mi piace pensare a qualcosa di simile all’impressionismo nel giornalismo. Epica della nostalgia, nostalgia dell’epica, quello che vuoi. Ma a piccole pennellate. Le tue riflessioni sul presente in differita sono giuste, posso aggiungere che 40 anni fa c’era assai meno tecnologia ma più sensibilità. E’ come se ci ritrovassimo senza fiducia nelle parole, con un alfabeto (anche sentimentale) andato in pezzi, finito chissà dove.
Le tue pagine sono una festa degli occhi, delle orecchie, delle mani, dei piedi, soprattutto dei piedi. Dei piedi che spingono sui pedali e racchiudono la volontà, la forza, la classe, i tanti modi che hanno gli uomini di perdere o di morire… La fiamma rossa è anche un po’ il romanzo triste di Pantani, è la dedica a Ocaña, è la storia di Simpson e di Casartelli. Si sente un grande amore per tutti quelli che pedalano controvento, per chi ha il coraggio di andare in mezzo alla torrida tristezza di cui parlava Pantani e di tornare con quei sogni…

Non ho mai, partendo per la Francia, idea di quello che scriverò, ma so che mi piacerà scriverlo. Perché nel ciclismo (un certo tipo di ciclismo, quello che si misura sulle tre settimane) c’è, come annoti tu, la volontà, la forza, la classe, ma anche i loro opposti. C’è il calcolo, la sofferenza (per vincere come per perdere), a volte la morte. C’è il Destino, quello con la maiuscola, dei feuilletons. Basta che un cane attraversi la strada dieci metri dopo e tu non cadi. C’è come in molti sport, questa è vecchia, una metafora della vita. Io però sono convinto che tutto quello che fanno gli uomini faccia parte della loro vita, e io nello sport la racconto, per quello che mi dicono gli altri, per quello che penso, per come la vedo. Letterariamente, sono partito tifando Ettore contro Achille. Può essere per questo che ho un occhio di riguardo per gli eroi sconfitti,e in generale per gli uomini che non parlano come macchine, che pedalano controvento, certo, e che hanno il coraggio di sognare.
La fiamma rossa è un vero manuale di scrittura. Una mappa di metafore, una geografia di giochi verbali, dialoghi fulminanti, ironie… Gran premi di montagna e discese temerarie. Il tuo stile fa un rumore di ruote lenticolari, ti insegna come deve girare il raggio di una frase, la posizione da assumere durante la corsa, e in che modo si tiene il manubrio. Dopo tanto inchiostro la pensi ancora così: scrivere meglio che si può, sempre, ma difficile mai, come dicevano i vecchi, quelli che conoscevano il mestiere. È stato questo l’insegnamento del ciclismo e del grande giornalismo di una volta?

Chiaramente ti ringrazio, ma non mi sentirai mai dire che questo libro è un manuale di scrittura. Il giornalismo per me era e resta una forma di artigianato e "La fiamma rossa" mi dà gioia e orgoglio, quelle che proverebbe un orologiaio o un calzolaio nel vedere esposti suoi manufatti che rappresentano una quarantina d’anni di lavoro. So di usare metafore, citazioni (cerco di non abusarne), calembours e giochetti assortiti. Al Tour mi viene spontaneo, mi aiuta anche il paesaggio ( i platani, tanto per dire). Se commento il calcio, non mi viene nella stessa misura, ossia con facilità. Scrivere meglio che si può, sempre, per me non è un modo di dire , ma una specie di impegno tacitamente preso tanti anni fa con i lettori. E difficile mai (come avrebbe voluto Zanetti).

Mi racconti di quando il commissario Maigret si faceva vivo in occasioni delle cronometro e di quella volta che lo hai visto seduto a un tavolino della trattoria La Lanterna di Rochecorbon. Se non sbaglio, mangiava del maiale con salsa alla senape…

Quando mi figuravo Maigret al tavolo accanto non potevo sapere che l’avrei anagrammato e messo al centro del mio primo romanzo. In effetti, lungo la Loira, alla Lanterne di Rochecorbon, seduto all’aperto sotto gli ombrelloni, Maigret mangia un’andouillette (salsiccia composta da trippe di maiale) con salsa alla senape. Guarda caso, lo stesso piatto che mangiavo io. Maigret aveva l’abitudine di comparire durante le cronometro perché aveva più tempo per studiare i corridori. Non so perché un certo anno l’ho dirottato sul Tour, forse volevo una presenza letteraria sì ma anche molto popolare, forse per gli stessi motivi che mi fanno portare al Tour, ogni anno, un libro di poesie di Alfonso Gatto. Una presenza amica, potrei sintetizzare.

Nelle tue cronache c’è “gente che torna dagli ultimi confini, come in un libro di Buzzati”, ci sono le malamorti, i tafani della jella, le vittorie antiche, le rivincite, le favole, i nasi a becco da trampoliere e le facce lunghe da ballerini tristi, la roulette dei poveri, le montagne calve e la polvere nera sulle case, le strade rugose, il gesto tecnico del suicidio, il sole cattivo, le smorfie da lupo, i piedi piagati, e “gambette secche e scure come stoppie”… Sembra di stare dentro un film di Marcel Carné, con il destino interpretato da un uomo con la barba dura, la giacca lisa e le mani tristi, un clochard, di quelli che si aggirano dietro le transenne del traguardo senza una ragione, con una piccola armonica nelle tasche, e vanno a importunare le ragazze, a metterle in guardia sul loro futuro, e agli uomini promettono l’incontro con la donna più bella del mondo e una fine violenta… il Tour è anche quest’appuntamento con la propria sorte?

Chapeau alla tua immaginazione. Sì, il Tour è anche un appuntamento con la propria sorte, poi cambiano le sfumature.

Il tuo è un libro affamato di vita. E di speranza. C’è la voglia di andare a scoprire, come scrivi, “il cuore profondo e ostinato degli uomini”. C’è tutto il tuo sguardo, sulle cose, sulle strade, sulle facce, sulla fortuna, sul mondo… Hai ancora la certezza che “nel ciclismo c’è memoria, che non tutto si trita, si consuma, si annulla, si perde”, che possa sopravvivere un’umanità “antidiluviana, romantica, poetica”?

Non solo il libro, io: sono affamato di vita, di speranza, non ho torri d’avorio su cui piazzarmi a mirare gli astri. Ogni tanto vado in qualche scuola superiore e molti ragazzi mi chiedono i requisiti-base per il mestiere. Gli dico: saper guardare e saper ascoltare. Saper scrivere è la cosa meno difficile delle tre. Ecco perché credo alla memoria, credo che non tutto si triti, si consumi, si annulli, si perda. E credo che serva, qui, il nostro impegno, ciascuno a modo suo, per quello che sa e può.

Bene Gianni, temo che il nostro tempo sia scaduto: che i tuoi santi, e in particolare sant’Onofrio dei Gatti erranti, san Carlo degli Svincoli e san Quirino patrono degli acrobati, nonché il sempre onorato san Matteo delle Chiaviche, veglino sul tuo libro, perché se ne vada in giro per il mondo, come merita. Come si dice: il Tour è la corsa più bella, viva il Tour.
 
- Uno Notizie Viterbo -

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