Un percorso nucleare in Italia presuppone, prima di prendere qualsiasi decisione di merito, alcune condizioni pregiudiziali,  in particolare:
• Che vi sia un accordo “bipartisan” tra maggioranza ed opposizione tale da garantire che se si apre il cantiere del nucleare non sia, poi, richiuso quando cambia il  governo o quando si farà il prossimo referendum sul nucleare: sarebbe l’ennesimo grande spreco e l’ennesima grande beffa.
• Che siano rispettate, anche in materia nucleare, le stesse regole di liberalizzazione e di concorrenza valide per tutte le altre imprese, tenuto conto che è stato anche liberalizzato il mercato dell’energia e che questa liberalizzazione dovrebbe essere concretamente attuata perché ancora lontana dagli obiettivi posti dalla UE.
• Che vi sia adeguata informazione e una partecipazione democratica di tutti i cittadini elettori, e non dei rappresentanti dei cittadini (siano essi politici, sindacali, di categoria, di associazionismo, ecc), affinché vi sia una reale consapevolezza dei problemi e si giunga alla fine a decisioni condivise e di lunga durata.
• Che vi sia adeguata formazione di tecnici, operatori ed esperti del settore sui problemi in materia nucleare (impiantistica) o collegati ad essi (radioprotezione, radioecologia, ciclo del combustibile nucleare, trattamento e confinamento dei rifiuti radioattivi), dal momento che l’Italia, ad oltre 20 anni dal referendum del 1987, ha ormai perso quasi completamente il suo patrimonio di conoscenze, competenze e know how in tema di energia nucleare, a meno di non importare esperti, tecnici, e mano d’opera qualificata dall’estero (che, oltre a non creare, o a togliere, lavoro e occupazione per l’Italia, porrebbero il nostro paese in una pericolosa condizione di dipendenza colonialistica).

A parte tutta le altre considerazioni sulle questioni della sicurezza, compreso il trattamento e confinamento dei rifiuti radioattivi, i problemi della localizzazione, di impatto ambientale e sanitario in contesti territoriali e socio economici destinati a cambiare anche rapidamente a causa dei cambiamenti del clima, rimane, in ogni caso, un problema di fondo che non è stato affrontato: il paradigma di base. Tutti i ragionamenti e le considerazioni pro e contro il nucleare, assumono come paradigma di base un sistema (quello Italiano inserito in quello europeo), in cui ci sono grandi produttori che stabiliscono e decidono (entro ovviamente le decisioni politiche nazionali e le regole di mercato internazionali) e piccoli consumatori che, per le loro esigenze, devono adattarsi alle scelte dei produttori e dei politici di turno (consumatori sudditi).

E se cambiassimo il paradigma di riferimento?  Per esempio: consumatori-produttori e produttori-consumatori? Oppure: valorizzazione del territorio per la produzione ed il consumo di energia? Oppure: piccolo è bello o anche piccolo e bello?
Il paradigma di riferimento dovrebbe essere quello di tipo territoriale. In un paese la cui economia è trainata dalle piccole e medie imprese e dove il “made in Italy” dovrebbe diventare la priorità strategica, non appare logico, né sono più pensabili, soluzioni energetiche legate ai grandi impianti di produzione termoelettrica (nucleari e non nucleari) e grandi reti elettriche, o di distribuzione dell’energia, totalmente centralizzati, che attraversano da un capo all’altro l’Italia per connettere il mega-produttore che sta magari a 1000 km di distanza dai micro-consumatori.

Se si vuole valorizzare il territorio nel campo dell’efficienza energetica e dell’uso razionale dell’energia, diventano di fondamentale importanza le risorse energetiche locali (generazione distribuita) e le filiere corte (reti energetiche intelligenti). Di conseguenza, il sistema a reti decentrate ed interconnesse (smart grid), dovrebbe essere non solo la soluzione, ma anche la priorità, in un paese come il nostro. Se, poi, le piccole e medie imprese si collegano in rete fra loro per azzerare anche i loro rifiuti (solidi, liquidi e gassosi), allora il problema energetico e dell’uso razionale delle risorse ambientali, sarebbe molto più facilmente risolvibile sia in termini di massima efficienza, sia in termini di minimo impatto sull’ambiente, senza alcuna necessità di ricorrere ai mega impianti ad olio combustibile, carbone e nucleari. Servirebbe solo un numero minimo di tali grandi impianti nazionali, per motivi di sicurezza anche sulle reti internazionali e per motivi di compensazione, nei momenti di minore disponibilità di energia, sulle varie reti territoriali. Tra l’altro, solo nel contesto della generazione distribuita e delle smart grids, le energie rinnovabili hanno una reale possibilità di svilupparsi rapidamente e diventare competitive.

L’elemento prioritario per andare in questa direzione è proprio lo sviluppo di infrastrutture locali energetiche intelligenti ed in particolare le reti elettriche bidirezionali intelligenti, cioè le smart grids. Anche impianti convenzionali con combustibili fossili (o nucleari) potrebbero far parte di tali smart grids, purchè di piccola taglia e con potenza massima comparabile con gli altri impianti (solari, eolici, a biomasse, cogenerativi, ecc) sulla rete.
Forse è giunta l’ora di ripensare alla reale utilità strategica dei grandi impianti termoelettrici. Il futuro appare essere nelle smart grids e nella generazione distribuita, un sistema, cioè, decentrato, più flessibile, meno vulnerabile e dove il consumatore diventa protagonista e paga il costo in tempo reale dell’energia e la qualità dei servizi resi, piuttosto che pagare prezzi, la cui formazione (da parte dei produttori e nella borsa elettrica) rimane piuttosto oscura e poco trasparente  per la fornitura di servizi spesso inadeguati alle esigenze dell’utente.

Vincenzo Ferrara

- Uno Notizie Liguria Andora - Savona -

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