VITERBO - ultime notizie Tuscia - Una società è sostenibile se produce e consuma senza compromettere le potenzialità delle generazioni future, indefinitamente o almeno per un lungo lasso di tempo.

E’ concepibile quindi uno sviluppo sostenibile o una crescita sostenibile?
In realtà la necessità di perseguire la crescita non è praticamente mai messa in discussione: tutti o quasi tutti parlano di crescita, di sostenere la crescita, di lavorare per la crescita, di incentivi alla crescita; paventano la recessione, aborriscono anche la stagnazione. La crescita che intendono è la crescita economica, la crescita della produzione e dei consumi. Ma la crescita continua è incompatibile con un sistema Terra finito, per quanto grande possa essere: qualunque crescita, sia della popolazione, sia del consumo o dell’energia (chiedo scusa per le troppe ripetizioni della parola crescita, ma ricalca l’uso ossessivo di essa da parte di economisti, analisti politici, commentatori).

Quando una grandezza cresce con una percentuale annua fissa, essa cresce seguendo una curva esponenziale; nella crescita esponenziale il tempo necessario affinché la grandezza aumenti di una data percentuale è costante, quindi anche il tempo di raddoppio è costante; il tempo di raddoppio T2
è legato alla percentuale di crescita P da una relazione molto semplice: T2=70/P.
Per esempio un tasso di crescita del 5% annuo porta la nostra quantità a raddoppiare in 14 anni; in circa mezzo secolo, precisamente in 56 anni essa quadruplica; supponiamo di avere una popolazione che cresce del 5% all’anno: mille persone oggi diventeranno 2000 fra 14 anni, 4000 fra 56 anni; 1 miliardo oggi, saranno 4 miliardi fra 56 anni.
La popolazione mondiale cresce con andamento esponenziale; per fortuna i tassi di crescita stanno calando, ma ciò nonostante l’aumento che si è avuto negli ultimi decenni e le previsioni per il futuro sono impressionanti.

Il genere umano ha una storia lunga centinaia di migliaia di anni. In tutto questo tempo la popolazione globale è aumentata lentissimamente e si è mantenuta stabile molte volte per lunghi lassi di tempo. Quando le risorse (e le aspettative sociali connesse con la maggiore disponibilità di risorse) aumentavano, la popolazione aumentava. Al giorno d’oggi noi stiamo incrementando lo sfruttamento delle risorse globali disponibili, perciò la popolazione sta aumentando.
L’aspetto negativo è che stiamo sfruttando risorse non rinnovabili e che non si rigenerano.

Nel 2000 la popolazione mondiale è arrivata a 6 miliardi, oggi dopo solo 10 anni, siamo a poco più di 6,9 miliardi e le previsioni per il 2050 dicono che saremo (chi ci sarà) 9 miliardi.
I tassi di natalità sono scesi a quasi la metà rispetto al 1950 da circa 5 a 2,6 nati per donna. Quindi anche la crescita annuale della popolazione è rallentata, ma di poco: ha avuto un picco di 87 milioni nel 1989 e adesso è scesa verso i 75 milioni; insomma ogni anno si aggiunge alla popolazione mondiale un’altra Italia, ogni 4 anni l’intera popolazione USA.

Un esempio per chiarire come la crescita costante, sia pure piccola, alla lunga porta a numeri insostenibili: supponiamo che 10.000 anni fa agli albori della civiltà contadina fossero esistite solo 1000 persone sulla Terra e che la popolazione umana fosse da allora cresciuta al modesto ritmo del 0,5% annuo (inferiore a quello attuale), con un tempo di raddoppio della popolazione quindi di 140 anni. In 10.000 anni si sarebbero avuti 71 raddoppi della popolazione: se provate a fare il calcolo, con questo tasso di crescita la popolazione mondiale oggi sarebbe stata circa 2 milioni e 361 mila miliardi di miliardi, avremmo avuto bisogno di 100.000 miliardi di pianeti affollati come la nostra Terra attuale: in soli 10.000 anni, a partire da sole 1000 persone con un modesto tasso di crescita.
        
Il “Rapporto sul pianeta vivente” del WWF (Living planet report 2008) dice che l’impronta ecologica umana ha superato da circa 30 anni la biocapacità di carico della Terra e adesso noi sfruttiamo circa il 30-40% in più di quello che la Terra può dare.
La capacità di carico è superata sia in termini di risorse utilizzate e rimpiazzabili, sia in termini di inquinamento e di capacità dell’ecosistema di rigenerarsi.
Va da sé che questo squilibrio è insostenibile è potrà andare avanti ancora per un po’ di anni, dando fondo alle riserve accumulate dalla Terra in milioni di anni e contemporaneamente stiamo avvelenando l’ambiente sempre più, stoccando gli scarti in “discariche” che stanno modificando l’ambiente in senso pericoloso per la salute e la vita.

Secondo il Living Planet Report i Paesi con l’impronta ecologica più alta sono quelli dell’Estremo Oriente (Cina Giappone e Filippine), il subcontinente indiano, i paesi arabi del Nord Africa e del Medio Oriente, l’Europa Occidentale, il Messico e gli USA, cioè quelli con la popolazione più numerosa, a parte i paesi arabi per i quali la minore concentrazione di popolazione è necessaria conseguenza delle vaste estensioni desertiche.
Sempre secondo lo stesso rapporto l’impronta ecologica globale italiana supera di più del 50% la bio-capacità dell’ambiente Italia.
Anche l’Italia con una densità di popolazione di circa 200 abitanti per kmq, superiore alla media europea, con circa 0,2 ettari agricoli a testa, è quindi sovrappopolata.
Per riportare l’impatto ambientale entro limiti sostenibili dovremmo ridurre sensibilmente la popolazione o l’impatto pro-capite, in particolare riducendo i consumi materiali, oppure entrambi.  
Ma di quest’argomento non parla mai nessuno, anzi si propaganda l’opposto.
Come fare è piuttosto complicato, ma una cosa è sicura se non ci pensiamo noi ci penserà la Natura a limitarci.
Ritornando alla domanda iniziale, è conciliabile la crescita con la sostenibilità, cioè può esistere una crescita sostenibile?
Nelle parole sviluppo e crescita è insito l’aumento di consumi materiali e non è possibile una crescita indefinita, qualunque progresso tecnologico o sociale si possa immaginare.

Se la popolazione italiana crescesse avrebbe a disposizione meno dei già scarsi 0,2 ettari a testa di terra agricola (e la produttività dei terreni, in Italia e nel mondo non è in crescita e si regge sull’uso massiccio del petrolio).
Se volessimo più automobili o volessimo solo migliorare l’attuale situazione d’intasamento delle strade, avremmo bisogno di più strade, di più parcheggi e …… avremmo meno terra da coltivare, avremmo bisogno di più ferro, di più plastica per fare le automobili.

Parliamo un po’ del petrolio, dopo tutto è il maggior supporto della nostra civiltà.
Il 40% di tutta l’energia consumata dagli esseri umani viene dal petrolio; la restante parte è fornita soprattutto da gas naturale e carbone, in parte da biomasse e in misura che complessivamente non arriva al 20% da fonti rinnovabili ed energia nucleare.
Il petrolio non è solo la fonte energetica più sfruttata, è anche la meglio sfruttabile. I trasporti dipendono essenzialmente dal petrolio; l’agricoltura è basata sul petrolio; in effetti qualcuno ha definito l’agricoltura moderna come l’attività che usa il terreno per convertire petrolio in cibo.
In effetti per ogni chilocaloria di alimenti che mandiamo nel nostro stomaco, ne vengono bruciate circa 10 di petrolio, contando tutta l’energia spesa per costruire le macchine agricole, farle funzionare, irrigare i campi, fabbricare i fertilizzanti, manipolare, trasformare, trasportare i cibi.
Noi quindi mangiamo petrolio.
In questo semplice rapporto di 10:1 è spiegata tutta l’insostenibilità della struttura della nostra società. Non è sostenibile un processo che consuma 10 volte di più di quanto rende e in più consuma energia non rinnovabile.  

Di petrolio però non ce n’è a sbafo. In questi anni stiamo vivendo, senza apparentemente accorgercene, una fase epocale: gli anni del picco del petrolio. Circa 60 anni fa un geologo americano Hubbert enunciò una legge empirica che più o meno diceva che la produzione di ogni risorsa mineraria seguiva un andamento che da allora di chiama curva di Hubbert e che è grosso modo rappresentata da una curva a campana: la produzione cresce, raggiunge un massimo, diminuisce prima lentamente, poi velocemente e poi, nelle fasi finali prossime all’esaurimento, di nuovo lentamente seguendo appunto un profilo a campana: il massimo della produzione si avrebbe quando sarebbe stata estratta circa la metà complessiva originariamente esistente. Hubbert predisse 20 anni prima che succedesse che il picco di produzione del petrolio USA sarebbe avvenuto attorno al 1969-70; la predizione si è rivelata esatta. Tutti gli esperti concordano nel definire che, anno più anno meno, stiamo vivendo gli anni del picco petrolifero mondiale. Avremmo quindi consumato finora circa la metà del petrolio esistente nella Terra.
Il consumo attuale di petrolio è prossimo a 30 miliardi di barili per anno e le riserve stimate di petrolio convenzionale sarebbero attorno ai 1000 miliardi di barili. A questi si potrebbero aggiungere altri prodotti assimilabili al petrolio, come gli scisti bituminosi di cui sono ricchi il Canada e il Venezuela. Ma non si dovrebbe andare più in là di altri (grosso modo) 300 miliardi di barili. Teniamo conto che man mano che il petrolio comincerà a scarseggiare, man mano che i pozzi più grossi e più convenienti cominceranno ad esaurirsi, sarà sempre meno conveniente, in termini economici e di bilancio energetico estrarre altro petrolio.      
 
Il gas naturale e il carbone non possono sostituire il petrolio e comunque con costi economici, infrastrutturali e sociali non indifferenti. Oltre a ciò il gas naturale è in via di esaurimento come il petrolio, con il suo picco di produzione che dovrebbe seguire quello del petrolio solo di circa 15-20 anni.

Quindi è necessario ed imperativo avviare una politica di stabilizzazione della popolazione (nei vari ambiti, mondiale, europeo, italiano), la riconversione produttiva in tutti i settori, è fondamentale quello agricolo.

La critica maggioritaria alla politica della crescita tradizionale ritiene che lo sviluppo sia comunque possibile e desiderabile, ma che vada perseguito in altri modi: sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, incremento del riciclaggio dei materiali, modifiche alla politica economica in senso più egualitario; ma ritengono che la crescita sia comunque possibile e non vedono limiti ad essa.

Io ritengo che limiti energetici e fisici alla crescita ci siano, stiano già operando e che quindi il perseguire la crescita economica, del PIL dei consumi, sia una strada che avvicina al collasso.
E’ necessario ed inevitabile quindi abbandonare il modello della crescita indefinita e adottare un modello di civiltà della sobrietà. Una società che riscopra il senso del limite.
Seguendo Ivan Illich, la rinuncia al nostro modello di vita non è il sacrificio di qualcosa di intrinsecamente buono, per timore di incorrere nei suoi effetti collaterali nocivi. La decrescita è una necessità, ma si tratta di fare di necessità virtù, come ha detto Serge Latouche.
Rendersi conto che la strada della crescita, se ha portato all’inizio a un miglioramento della qualità della vita finché le risorse materiali erano tutto sommato scarse, adesso non porta più vantaggi da tempo.
Il PIL cresce anno dopo anno, ma la qualità della vita no; abbiamo automobili sempre più grosse e più potenti, ma che restano intrappolate nel traffico crescente; e quando possiamo muoverci ci dirigiamo verso mete più lontane, annullando quindi gli effetti della maggiore velocità. In definitiva non ce ne rendiamo conto, ma non abbiamo acquistato tempo libero, perché l’abbiamo bruciato per raggiungere mete più lontane e dispendiose.
Ecco che la società ipertecnologica, non per difetto della tecnologia ma per l’uso che se ne fa, non ci ha dato più libertà, più affrancamento dal lavoro, più libertà e più benessere.        
Resta da augurarci che la decrescita necessaria sia anche  “felice” come qualcuno afferma.
Cerchiamo di renderla meno traumatica preparandoci e non subendola, come fecero gli abitanti dell’isola di Pasqua.

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