Era cominciato il viaggio dagli oblò dell’aereo con i ghiacci alla deriva sul mare artico dell’isola di Baffin.
Sorvolando l’ultimo lembo di terra canadese che bacia la banchisa glaciale l’immaginazione era stata colta di sorpresa:  le creazioni della fantasia vivevano in un girotondo attorno a palmeti, frutti equatoriali, impenetrabili foreste e capanne primitive. Là sotto invece, il ghiaccio!


Eravamo partiti per la Polinesia…e durante il lunghissimo volo ognuno di noi giocava con pensieri fantastici a costruirsi i luoghi remoti dell’Oceania nel modo più personale. Non è nulla di diverso dal gioco delle aspettative che si vive ogni volta si è prossimi ad un evento. Ho avuto la fortuna di avere affianco tre belle persone delle quali conservo oltre l’amicizia, la presenza unica nei personalissimi  ricordi di un viaggio. Quest’ultimo aspetto è particolarmente caro al cuore, alla mente di un  viaggiatore, rende ogni esperienza unica e irripetibile. E’ un po’ come una fotografia, sempre originale per l’unicità del negativo… ricalca nel segreto di ognuno di noi il desiderio di siglare la propria vita con gesti capaci di individuarla e  distinguerla dal mare delle vite.  Seppur d’origine bergamasca, loro diventavano tre miei amici “anche” samoani.


L’arrivo in piena notte all’aereoporto di Apia ci ha riservato la prima frustata di caldo-umido. La temperatura sarebbe stata un particolare trascurabile in quell’arcipelago, un soggiorno all’insegna del “tutto sempre bagnato”. Ad un passo dall’equatore e a ridosso della linea del cambio di data, in poche ore di navigazione potevamo approdare nell’ ”isola del giorno prima”, allungare di ore i nostri pomeriggi o perdere in un attimo un giorno di vita.


Il cuore della Polinesia è proprio qui, nelle Samoa indipendenti, sette isole raccolte in un raggio di neanche cento chilometri, da dove è partita  la conquista delle sporadiche terre emerse nell’immenso blu del Sud del Pacifico. Sulla bandiera delle Western Samoa si muove al vento la Croce del Sud, la costellazione che ha guidato i naviganti per giorni sul mare pericoloso e sconfinato, ventoso, mai paco dell’emisfero australe. Un mare che odora di sale perché dallo schianto continuo delle onde sulla barriera corallina si liberano in aria vapori e salsedine come fumi sulfurei  trascinati sulla faccia e fra i capelli incessantemente.



Si vive intorno alla capanna, un fuoco acceso tutto il giorno grazie al macete volenteroso e che scandisce quasi il tempo con colpi regolari e suoni metallici. Si mangia il taro, il frutto dell’albero del pane, il cocco e la papaia, banane, pesce e carne di maiale, uova, gallina. Il resto sono passeggiate nella giungla più fitta che mi sia capitato di frequentare, bagni senza orario nelle vasche paradisiache disegnate dalla bariera corallina, solitudine irreale che ti rende protagonista oltre ogni previsione: è la grandezza dell’esclusiva che ti si concede nel silenzio, nella semplicità di volgere lo sguardo in ogni direzione e non incontrare quello di nessuno.


Una natura così ricca che ti vuole figlio unico, ti stordisce di bellezza, ti riconsegna alle origini. Tu non capisci il perché di tanto amore, è facile trovare umidi gli occhi e scoprire il cuore non amaro ma eccezionalmente dolce. Credetemi, la spiaggia di Matareva è il posto dove vorrei passeggiasse la mia anima, dove è possibile aprirsi alla luce accecante dell’equatore rivolgendosi al mare oppure riposarsi da tanto bagliore perdendosi fra palmeti bagnati e odorosi di vita in continua produzione. È fortissimo il contrasto fra il cimitero del mare, e cioè le spiagge bianche di conchiglie abbandonate dalla vita e il verde prepotente che si spinge fino all’acqua, che s’affaccia sul mare bloccato solo dal sale, dalla linea delle maree.


Nella foresta senti cadere cocchi dalle palme, ti viene naturale raccoglierli. Ho passato tante ore a pensare come il cocco fosse alla base della società samoana, come fosse bello berlo e mangiarlo, come un cocco bastasse per una persona per un giorno intero di navigazione, come per organizzare una traversata fosse necessario prevedere i giorni di viaggio e fornire la cambusa del relativo numero di cocchi procapite. Poi nella splendida solitudine la fantasia andava oltre, immaginavo che l’approdo previsto avrebbe regalato altro cocco per cominciare ad antropizzare l’isola, rifornirsi per il ritorno o per procedere sognando la conoscenza sotto la guida esperta della Croce del Sud.


Credo che l’Odissea avrebbe avuto geograficamente più capitoli quaggiù, Itaca sarebbe stata più lontana e di Ulisse ne sarebbe servito più d’uno. Chi decideva di rimanere sulla nuova isola costruiva, con le foglie del cocco, capanne, cappelli, vestiti; con il guscio, bicchieri e piccoli coperchi, con le fibre dell’involucro, corde. Con il cocco si giocava perfino a rugby e l’ovale infatti ricalca quella forma. È un fantasticare infinito ma non solo un gioco di fantasia: perdendomi fra i villaggi i miei pensieri si sposavano con la realtà, scoprivo che la vita si disegnava esattamente come l’intorno te l’aveva fatta intuire! Ti senti nudo da costrizioni ideologiche, nudo e ospite, padrone solo dei tuoi movimenti. E la ricchezza? Un cocco fra le braccia  stretto…e corri dritto verso la meta. Bambini giocavano così, così staranno facendo anche stamattina e io non riesco ad abbandonarli.


Simone Chiusaroli        


FOTO:
1 - il vento bagnato
2 - sempre cocco
3 - papaya
4 - vita di capanna
5 - fuoco della compagnia
6 - doveri di macete
7 - matoreva
8 - una cala esclusiva
9 - tetto di fortuna



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