LA CRISI ECONOMICA E' PASSATA? la risposta è no. E la causa è nel reddito mal distribuito. Ultime notizie Italia - Roma - Per alcuni sembra proprio che la crisi sia passata. Non sono giudizi di economisti in vena di profezie ottimistiche ma di fatti. Le remunerazioni dei manager delle banche, delle assicurazioni, delle finanziarie e delle grandi imprese hanno ripreso a correre in grande stile. La tendenza inizia come al solito negli Usa. La notizia è che mentre i guadagni delle grandi società sono ancora verso il basso, i guadagni dei manager hanno già ripreso a crescere verso l’alto con decisione. Quindi anche l’aggancio tentato durante la crisi tra redditi e performances aziendali è saltato, come dimostra l’alto lamento della responsabile del controllo sugli stipendi dei manager istituito da Obama.


Non si tratta di poca cosa, infatti nel 2010 i redditi dei manager delle società americane quotate in borsa sono arrivati a 135 miliardi di euro, un record storico e una fetta sempre più importante del reddito distribuito che per il resto degli americani invece è diminuito. La crisi ha quindi riguardato altri: i disoccupati vecchi e nuovi, le aziende che hanno chiuso, chi non ha trovato lavoro, compresi i lavoratori della Chrysler che hanno accettato di dimezzare il loro reddito per difendere l’occupazione.

Non i manager che hanno già riconquistato un sentiero di crescita.

E’ la conferma che è stata perduta, almeno per ora, l’occasione di mettere ordine nella scala dei redditi che ha perso ogni ragionevolezza, compreso il rapporto con i risultati aziendali. Nel pieno della crisi finanziaria gli Stati hanno dovuto sborsare molti quattrini per salvare il sistema bancario. Gli Stati si sono indebitati al punto da essere a loro volta bersaglio della speculazione finanziaria e quindi costretti a tagli e provvedimenti di riduzione della spesa che hanno pesantemente impoverito, gravando sulla parte più debole della società. Gli Stati hanno dovuto chiedere sacrifici ai cittadini sia aumentando il debito, sia tagliando i bilanci e quindi impoverendo parti rilevanti della popolazione. Si poteva e doveva cogliere l’occasione per dettare regole al mondo finanziario per evitare almeno il ripetersi in futuro di crisi finanziarie di questo tipo, invece i Governi si sono limitati a provvedimenti blandi o inconsistenti, lasciando sotanzialmente intatto il meccanismo strutturale dei mercati finanziari, che incoraggiati dall’inesistenza di una reale volontà di controllo, dopo essersi rapidamente ripresi dallo spavento iniziale, hanno ripreso le abitudini precedenti, compresa quella di aumentare a dismisura i propri guadagni.

Così la forbice sociale tra i ricchi manager e le aree che hanno pagato e stanno ancora pagando gli effetti della crisi è ulteriormente cresciuta. La società oggi è ancora più diseguale, la differenza tra i redditi è diventata ancora più forte e la ricchezza è ancora di più concentrata nelle mani di una fascia ristretta. Se le classi sono scomparse, come qualcuno afferma, bisogna avvertire quelli che si comportano invece esattamente come la classe che si appropria di una quota crescente del reddito nazionale, impoverendo il resto della popolazione, con la conseguenza che una cattiva e sempre più ineguale distribuzione del reddito è all’origine delle difficoltà di costruire una ripresa economica.

Anche prescindendo per un attimo, e non si può fare, dall’esigenza di qualificare gli obiettivi dello sviluppo perché altrimenti finiamo dritti nella contraddizione di un uso senza limniti e criterio di risorse finite, dobbiamo pur chiederci perché la domanda e i consumi ristagnano malgrado gli appelli ridicoli che incoraggiano all’aumento dei consumi. La domanda e i consumi non riprendono e il sentiero di sviluppo dell’Italia resta inesistente anzitutto perché il reddito è mal distribuito. In sostanza l’appropriazione crescente della ricchezza prodotta di una parte rapace della società impedisce di fatto ad altri di poter svolgere almeno il ruolo di consumatori.

La povertà crescente, la divaricazione tra i redditi e le ricchezze sono vincoli negativi che bloccano la possibilità di ripresa. Senza ripresa dello sviluppo, che andrebbe per di più qualificato, il debito pubblico è già aumentato in meno di 3 anni della cifra mostruosa di 200 miliardi di euro e con la ripresa dell’inflazione e dei tassi il peso del debito è destinato a crescere. Solo aggiustando i conti pubblici nell’ambito della ripresa di crescita si può creare lo spazio finanziario per non procedere a tagli sociali pesantissimi. Senza dimenticare che questo equilibrio precario delle finanze pubbliche è stato ottenuto surgelando tutto: investimenti, scuola e formazione e spesa sociale. Oggi abbiamo - purtroppo - la certezza che dopo una vita di precarietà nel lavoro i futuri pensionati saranno troppo poveri, non in grado di sostenersi con le pensioni e quindi si creerà un bisogno di sostegno sociale pubblico insostenibile per le finanze pubbliche italiane. Con questa zavorra pesantissima i conti pubblici forse non peggioreranno ma l’Italia resta ferma e il futuro sociale rischia di diventare un incubo.


La ripresa economica è sicuramente il punto centrale di un lavoro che consentirebbe di guardare all’occupazione, in particolare dei giovani, e al risanamento delle finanze pubbliche con qualche speranza. Senza ripresa economica restano solo tagli che genereranno altri tagli alla spesa pubblica.

I provvedimenti tanto strombazzati del Governo che dovrebbero spingere la ripresa sono al limite del ridicolo. Alcuni con la ripresa proprio non c’entrano, come la modifica dell’articolo 41 che è solo fumo negli occhi. Altri partiranno dal 2012, come dire che non c’è fretta e in ogni caso risorse nuove non ce ne sono, anche il mirabolante piano di investimenti per il Sud aspetterà aprile per essere reso noto e comunque le risorse sono sempre quelle. La casa ? Con gli incentivi al 55 % ci sono state in Lombardia 160.000 domande di utilizzo dei contributi, mentre la richiesta dell’utilizzo delle norme casa del Governo non è arrivato a 200 unità.

Il Governo non vuole e non può, per ragioni di consenso sociale, mettere mano a provvedimenti che recuperando le risorse dove sono le utilizzi per la ripresa e quindi siamo destinati a restare fermi. La crescita dell’1,5 % legata a questi provvedimenti ha suscitato ironia perfino tra gli amici del Governo. In questo senso questo Governo è un danno per l’economia italiana e per il futuro degli italiani: tiene tutto surgelato, impedisce di trovare un sentiero di uscita, ci condanna al deliquio. Prima di tornare ai numeri del PIL precedente la crisi si dovrà aspettare almeno il 2015.

L’opposizione deve cercare di darsi un profilo di maggiore credibilità e forza con proposte comuni di Governo, magari solo alcune ma comuni.

Per questo occorre evitare di cadere nella trappola della propoaganda berlusconiana sulla patrimoniale. Senza risorse nuove non si esce da questa palude e le risorse le ha chi non ha subito la crisi o più ancora ha continuato ad accumulare ricchezza anche durante la crisi. La Costituzione non ha bisogno di modifiche all’articolo 41, semmai si potrebbe scrivere il 41 bis: la ricchezza (di origine lecita, perché altrimenti va confiscata) è libera nei limiti dell’interesse di tutta la società, ecc., la legge stabilisce un reddito minimo per chi lavora e il divario massimo possibile tra i redditi.

Alfiero Grandi

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