Fuga di cervelli dall'Italia agli Usa, ultime notizie Roma - Mettere in pratica idee e progetti che in Italia non si possono sviluppare per mancanza di fondi e strutture o per il nepotismo di baroni universitari troppo impegnati a sviluppare dinastie familari e troppo poco attenti alla meritocrazia. È per questo che sedicimila giovani ricercatori italiani se ne sono andati negli Stati Uniti.

Del problema se ne parla da tanto, ma non si trova la soluzione. Ma ora, con al governo i professori che capiscono il valore della ricerca, la musica dovrebbe cambiare. È quello che spera Vito Campese, professore emigrato 37 anni fa e oggi a capo dell’ente che riunisce gli accademici italiani del Nord America. «Solo così l’Italia può ripartire», dice.

Come fa l’Italia a fare a meno di 16mila giovani ricercatori? Tanti sono i “cervelli” tricolori che hanno scelto gli Usa per specializzarsi e contribuire al progresso delle scienze con progetti d’eccellenza e avanguardia. Perché sono emigrati in Nordamerica invece di svilupparli da noi? La risposta sta nei numeri: gli Stati Uniti investono in ricerca 22 volte più dell’Italia.

Non è una novità il ritardo del nostro Paese ma le ragioni diventano evidenti quando si tocca con mano ciò che possono fare i nostri connazionali oltreoceano, dove la filosofia si riassume nella massima “Business is people”: il primo guadagno è investire nelle persone.

Vito M. Campese, professore della USC Keck School of Medicine, ha lasciato la Puglia 37 anni fa e oggi è il presidente di ISSNAF, l’associazione che riunisce ricercatori e accademici italiani del Nord America. Intervenuto nella serata conclusiva della rassegna che l’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles, in collaborazione con il Consolato generale, ha dedicato alla scienza italiana, ha sollecitato un cambio di rotta immediato da parte del governo Monti.

«In Italia ci sono contraddizioni notevoli. C’è un sacco di gente che fa ottima scienza ma ci sono anche tanti giovani che non trovano la possibilità di sviluppare le proprie idee o di contribuire al mondo scientifico in maniera sostanziale. Ecco perché molti prendono un aereo per il Nord America o il Nord Europa, dove effettivamente ci sono più possibilità di sviluppare i propri progetti», dice Campese. «Gli interventi da parte del governo fino ad ora sono stati insufficienti. Però devo dire che ora c’è una nuova volontà politica da parte dei ministri dell’Istruzione, della Sanità e degli Esteri. Ci sono tentativi seri di sviluppare la scienza in Italia in maniera sostanziale attraverso la creazione di ponti tra laboratori italiani e nordamericani. Io credo che la soluzione sia proprio questa: utilizzare i cosiddetti “cervelli fuggiti” per aiutare il sistema Italia a promuovere le scienze perché così si promuove lo sviluppo economico di una nazione».

Basti pensare a quanto sarebbero utili i progetti di tre giovani ricercatori che hanno lasciato Friuli, Veneto ed Emilia per gli Usa. Laura Perin del Saban Research Institute Children’s Hospital di Los Angeles e docente di Urologia della Keck School of Medicine della University of Southern California, sta lavorando a una terapia capace di combattere fibrosi e infiammazioni renali attraverso le cellule staminali.

Giovanni Pau, ricercatore del Dipartimento di Scienze informatiche della Ucla, ha ideato un sistema di misurazione, attraverso centraline mobili, dell’inquinamento atmosferico per ridurlo in tempo reale chiudendo al traffico parti delle città. Isabella Velicogna, della School of Physical Sciences della University of California di Irvine, monitora la Terra dallo spazio e insieme al suo staff ha scoperto, ad esempio, che tra il 2002 e il 2008 c’è stata una perdita d’acqua di ben 109 Km cubici.

«Conosco giovani italiani negli Usa che sono strabilianti, menti incredibili che sicuramente saranno i Dulbecco del futuro», continua il professore. «Certamente però, la nazione deve capire alcune cose: la prima è che si deve investire di più in ricerca. Si sente solo “tagliamo qua, tagliamo là”, però il Paese va indietro e non avanti se si taglia alla ricerca. Bisogna aumentare la spesa almeno di un decimo di punto di Pil all’anno per arrivare agli stessi livelli di finanziamento europei. Noi spendiamo lo 0,9% del Pil in ricerca, Stati Uniti e Giappone investono oltre il 3%, la media europea è 1,7%. Siamo indietro e bisogna investire di più. Se non si capisce che questo favorisce lo sviluppo economico dell’Italia non si va da nessuna parte».

Sul cambio di rotta, Campese è fiducioso. «Questo governo ha la consapevolezza dell’importanza della ricerca per l’economia italiana. C’è la volontà di fare molto di più in futuro di quello che si è fatto finora. Ho rapporti diretti con alcuni ministri e posso garantire che ho visto una grande sensibilità e una grande voglia di fare di più in questo settore critico per lo sviluppo del Paese».



FONTE = Barbara Minafra e Andrea Tedeschi

LINK =  http://www.linkiesta.it/usa-studio-lavoro

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