Viterbo, appuntamenti cultura, ultime notizie - Sabato scorso si è svolto il secondo, interessantissimo, appuntamento con il  Sal8 delle 6, condotto da Pasquale Bottone, e che ha visto protagonista Leonardo Coen, giornalista de “la Repubblica”, che ha presentato il libro su Vallanzasca “L’ultima Fuga. Quel che resta di una vita da bandito”. 

Una figura controversa, un uomo di 60 anni, di cui 39 passati dietro le sbarre, che ha stregato il giornalista e anche il pubblico in sala venuto ad ascoltarlo. “Vallanzasca è il figlio tipico dell’Italia sbagliata” ha detto Coen ricordandone la famiglia completamente sballata, nato da un rapporto fuori dal matrimonio, nel 1950, cresciuto dalla prima moglie di suo padre, lasciato praticamente sempre in strada, dove ha subito imparato la dura legge della metropoli lombarda e si è trovato a primeggiare perché capace di realizzare qualche furto. “E’ qui che nasce il comunicatore – ha precisato il giornalista – lo spavaldo, il rapinatore che si è trovato a maneggiare le pistole per mantenere un ruolo, lo stesso ruolo di cui poi rimarrà prigioniero”.

Il libro di Coen, all’inizio, doveva essere sulla criminalità milanese degli anni ’70, poi, poco alla volta, i racconti di Vallanzasca hanno cambiato la trama, o meglio sonoo diventati l’argomento principale. Un’opera realizzata seguendo la scia lasciata dal “bel Renè”, senza un punto d’arrivo o di partenza: “Le prime pagine sono state cambiate l’ultimo giorno di lavoro – prosegue l’autore – quando Vallanzasca decise di aprirsi e raccontarmi che di tutti gli omicidi di cui era imputato, in realtà, lui era colpevole ‘solo’ di tre, un ultimo granello di sabbia che esce fuori dalla memoria, che però mi ha fatto cambiare la stesura del libro”.

Vallanzasca non si è mai pentito, non ha mai fatto la spia, si è preso le sue colpe, e talvolta quelle degli altri, in quanto capobanda. “Con questo non voglio creare il santino – precisa – ha rubato, ucciso ma sta ancora pagando, mentre altri, chi ha fatto scelte diverse, sono fuori da tempo, con responsabilità anche maggiori”. Vallanzasca, da questa analisi, esce come prigioniero di un ego, e per questo da anni lo seguono gli psicologi del carcere, con il progetto di far uscire il ‘personaggio dalla persona’, che è una vittima della sua stessa popolarità.

Coen ha raccontato una serie di episodi, tutti ben scritti nel libro, strappando spesso al pubblico una risata, magari amara, ma pur sempre una reazione, le stesse che ha avuto lui mentre ha lavorato a stretto contatto con Vallanzasca. Episodi che vale la pena conoscere e leggere. Tra questi una sorta di ‘guida delle carceri: su 200 istituti di pena italiani l’ex boss della Comasina ne ha ‘abitati’ ben 100. Da qui l’idea del giornalista di creare una classifica come si fa per i ristoranti, solo che al posto delle stelle Coen ha attribuito delle manettine in funzione della qualità dei servizi. Un gioco, utilizzato dall’autore anche per rompere la diffidenza iniziale del bandito.
La svolta, per Vallanzasca, risale ad un tradimento durante l’ennesimo tentativo di fuga: era il ’95 e uno scagnozzo camorrista di venti anni avvertì i secondini. “In quel momento ho capito che avevo perso – questa le sue parole – e aveva vinto lo Stato, un esempio che mi ha fatto capire che ero finito. Non posso rimediare al dolore che ho causato o ridare la vita a chi è morto. Ma voglio rendermi utile”.

 Poco dopo iniziò a lavorare nel carcere, digitalizzando tutta la biblioteca dell’istituto, e successivamente quella del comune di Novara. “In questo libro Vallanzasca non mente – ha concluso Coen – dice di essere quello che è, perché non vuole e non deve convincere nessuno. Mi sono limitato a raccontare, contestualizzando gli eventi con la cornice della Milano dell’epoca, la Milano da bere”.

Prossimo appuntamento il 16 novembre con L'Italia in presa diretta di Riccardo Iacona, giornalista Rai 3
Palazzo Gentili, presso la sala “Franco Benedetti” alle ore 18,00



Fonte: ufficio stampa Il Sal8 delle 6

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