La CENTRALE a CARBONE ed il PORTO di Civitavecchia impiantatati proprio su un importantissimo sito archeologico etrusco / romano: VERGOGNA NEI SECOLI !!

UNA NECROPOLI ETRUSCA ALLA MATTONARA
Scoperta nel giugno del 2002 in località Mattonaia, la necropoli etrusca si trova nella zona dove sorgerà la Darsena Grandi Masse. La presenza della civiltà degli etruschi a nord di Roma è testimoniata lungo tutta la costa, da Santa Marinella a Tarquinia, da abitati e necropoli che questa straordinaria popolazione ha lasciato e che costituiscono un grande patrimonio culturale per l’intero comprensorio. In particolare il litorale situato a Nord di Civitavecchia, compreso tra la zona chiamata Mattonara fino alla necropoli della Scaglia, rappresenta un eccezionale concentrato di aree d' interesse storico. Il sito infatti è testimone di uno dei primi insediamenti della popolazione di Civitavecchia ed importanti sono le emergenze archeologiche presenti lungo tutto questo tratto di costa.

LA NECROPOLI DELLA SCAGLIA
La necropoli della Scaglia rappresenta il sito etrusco più conosciuto a Civitavecchia da chi studia il territorio ma è sconosciuto all’intera popolazione. Si tratta di un vasto appezzamento di terreno situato a circa quattro km a nord di Civitavecchia sulla via Aurelia in direzione Tarquinia, sul quale insistono una serie di tombe a camera che sono state ampiamente studiate da Salvatore Bastianelli negli anni ‘20 dello scorso secolo e che sono addirittura descritte con dovizia di particolari in antiche pubblicazioni civitavecchiesi. Sul cimitero etrusco, scoperto nella prima metà del ‘800, è stato posto un vincolo solo negli anni ’70, poiché le tombe in questione sono di grande interesse scientifico. In particolare negli anni sessanta Civitavecchia vide la visita del illustre dell’etruscologo Massimo Pallottino che ne mise in evidenza l’importanza per l’archeologia locale e comprensoriale. Il sito, di proprietà privata, si trova su un vasto banco di arenaria che dà il nome alla zona, Scaglia, appunto, sfruttato per secoli come ottimo materiale da costruzione. Proprio in questo banco sono state ricavate le tombe etrusche che molto probabilmente appartenevano ad un centro abitato di cui però non si conosce l’esatta ubicazione. L’importanza della necropoli della Scaglia è rappresentato dalla varietà e dalle tipologie delle tombe che sono presenti. Ve ne sono di vario genere, da quelle a pozzetto di forma quadrangolare più antiche del IX secolo a.C. con una calotta emisferica, una sorta di vaso a forma biconica, dove venivano poste le ossa del defunto, a quelle a semplice fossa dove veniva messo il corpo vestito insieme ad una serie di suppellettili. Con il passare degli anni la pratica della sepoltura si evolse ancor di più con tombe più profonde e più ampie di epoca più recente (secolo VIII a.C.) per depositare, oltre ai resti della persona che era posta in un loculo scavato nella parete, un congruo numero di oggetti e vasellame. Negli anni le tombe ad un loculo divennero a due, fino a divenire vere e proprie tombe a camera che ricordavano le case dei vivi (secolo VII a.C.). Questa tipologia di sepoltura era accessibile tramite una scale ricavata dalla roccia. Infine vi sono tombe più tarde (secolo VI-V a.C.) che hanno il tetto meno inclinato, simile a quello di una casa, alcune delle quali non hanno il “letto” per il defunto perché molto probabilmente le persone venivano rinchiuse in sarcofagi che sono stati asportati insieme ai preziosi vasi durante le numerose”visite” risalenti al periodo della scoperta della necropoli e purtroppo anche ad anni più recenti. Oltre alla necropoli della Scaglia sono stati recuperati e sono ancora oggi presenti numerosi altri siti di straordinario interesse. Essi rappresentano le testimonianze tangibili dei luoghi di approdo etruschi, dove sono evidenti, inoltre, i resti di un insediamento di epoca protostorica fino alle rovine delle costruzioni romane sovrapposte, probabilmente, alle stesse preesistenze etrusche. Le diverse età degli insediamenti si riconoscono, tra gli altri ritrovamenti, anche dalla tipologia dei frammenti di ceramica che si sono sedimentati nel terrapieno della strada litoranea e da quelli ritrovati nelle località conosciute con i nomi di Mattonara e di Buca di Nerone, oltre alla zona dove sorge oggi il complesso energetico della centrale ENEL impiantato proprio su un sito archeologico. Durante le numerose indagini e studi eseguiti durante gli anni, è stata individuata anche una sorgente di acqua dolce che confermerebbe la presenza dell’insediamento umano e il suo successivo sviluppo fino all’epoca moderna, conosciuto come stazione di Algae.

LE TOMBE ETRUSCHE DELLA MATTONARA
In questo quadro così interessante dal punto di vista archeologico della zona compresa tra lo stabilimento della sambuca Molinari e la necropoli della Scaglia, la scoperta della necropoli della Mattonara conferma la presenza etrusca. Il ritrovamento è avvenuto casualmente durante i lavori per la costruzione della Darsena Grandi Masse, nel giugno del 2002. Sono state sei le prime tombe ad essere state scoperte ufficialmente ma già violate in passato da tombaroli con conseguente depredazione degli arredi in esse contenute. Ad una prima ricognizione la necropoli sarebbe più grande, con almeno venti tombe parte delle quali non ancora violate. La necropoli risale al periodo arcaico, al settimo secolo a.C., già nota negli anni passati tanto da essere stato trovato un filo di ferro che, secondo le analisi, risale a circa cinquanta anni fa, quindi testimone del passaggio dei tombaroli. Il cimitero etrusco della Mattonara, insieme a quello della Scaglia è collegato alla presenza di un abitato, di una cittadella etrusca di cui non si conosce ancora l’esatta ubicazione ma che sicuramente si trova in zona. Le tombe sono simili a quelle presenti nelle necropoli di Cerveteri e di Tarquinia, importanti centri etruschi che dunque avrebbero avuto una sostanziale influenza nella zona del ritrovamento. Molto suggestive per la loro posizione che è praticamente in riva al mare, le tombe, grandi circa tre metri per tre, alcune a camera unica, altre con della cavità laterali all’ingresso, sarebbero collegate, insieme alla necropoli della Scaglia e a quella della Buca di Nerone, ad un abitato ancora non individuato ma con molte probabilità identificabile con quello della stazione di Algae.

LA BUCA DI NERONE
Una serie di indagini archeologiche ha messo in luce, negli anni ’50, la presenza di un abitato ed una necropoli ad incinerazione, entrambi di età villanoviana,violate in età romana. La zona, conosciuta come Buca di Nerone, ha restituito negli anni ’50 presso la riva due fondi di capanne (la famosa buca non è altro che la base di una capanna), una ellittica ed una circolare e nelle vicinanze due tombe a pozzo quadrangolare entrambe scavate nella roccia e alcuni ruderi.

LA STAZIONE DI ALGAE
Sulla base di questi ritrovamenti si ipotizza che qui vi fosse ubicata la stazione di Algae. In particolare Salvatore Bastianelli, appassionato studioso di storia locale e profondo conoscitore del territorio civitavecchiese scomparso qualche anno fa, avrebbe localizzato la stazione di Algae proprio presso la necropoli della Mattonara. La sua ipotesi è sostenuta dalla presenza di un porto naturale ubicato in questa zona e dal rinvenimento di edifici e di tombe. Oltre a questo, anche i resti di una peschiera, ancora oggi visibile nei pressi dello stabilimento della sambuca Molinari, rendono di straordinaria importanza questa zona.

UNA SPLENDIDA VILLA ROMANA
Verso il mare, lasciando l'Aurelia prima del km. 76 per percorrere la strada che giunge alla centrale termoelettrica a carbone, si perviene a quel tratto di costa ove si eleva la Torre Valdaliga, fatta costruire da PaoloV nel 1616 come difesa dai pirati. La torre, circondata da un muro, insiste sopra i resti di una villa romana. Bastianelli datava questa costruzione ad età tardo repubblicana (I sec. d. C.) per la struttura dei muri e la tecnica usata per i pavimenti. Pertanto il complesso può considerarsi una delle più antiche villae maritimae esistenti sul litorale di Civitavecchia. I resti delle strutture relative a questo grande e sicuramente ricco edificio occupano, esclusa la peschiera a mare, un'area di circa mq. 4500. Sui versanti nord ed ovest la lenta ed implacabile corrosione del moto ondoso ha messo in evidenza una sezione del terreno dal quale emergono alcuni ruderi che permettono di avere un'idea dell'originaria disposizione planimetrica ed altimetrica, nonché delle tecniche usate nell'edificazione della villa. Anche la peschiera per l'allevamento del pesce, scavata nella roccia , si è conservata bene e costituisce una particolare, quasi unica, testimonianza dell'attività degli antichi romani nel progettare simili costruzioni, come dimostrano anche alcuni scritti di autori antichi. Sul lato nord è visibile una struttura relativa ad un muro di fondazione, costituito da grosse pietre calcaree. Sopra la fondazione ci sono due muri ortogonali con paramento in opus reticolatum, mentre il pavimento è in opus signinum. Ancora di seguito sono visibili i resti di un vano che mostra di aver subito alcuni adattamenti in epoca successiva, tra i quali interessanti sono due cunicoli fognanti che facevano defluire i liquami in mare; un vano adiacente a questo presenta tracce di pavimento in mosaico con tessere bianche e nere. Sul lato ovest, verso il mare, di fronte alla peschiera, sono nettamente visibili i resti di una terrazza formata da grandi lastroni rettangolari di scaglia disposti a secco direttamente sul banco di roccia, già livellato per accogliere la struttura sovrastante. Probabilmente questa terrazza deve avere avuto due fasi di costruzione distinte nel tempo, come dimostra anche il rinvenimento, nel piano di calpestio, di due sovrapposte pavimentazioni. Di particolare interesse risulta la peschiera, senza dubbio uno degli esempi più grandiosi tra questo genere di costruzioni ricavate nella roccia: l'attuazione di una peschiera nel banco roccioso risultava, difatti, assai difficile; occorreva che la natura geologica dello scoglio fosse compatta ma anche facilmente scavabile. Attualmente la peschiera si presenta per buona parte insabbiata e sommersa dal mare, preceduta da un largo ed alto gradino costruito con lastre di scaglia. Il corpo centrale è formato da una grande vasca rettangolare (m.19Xm.39) scavata nella roccia con pareti rivestite in muratura e divisa in più settori da mura trasversali. Sul lato settentrionale, anch'esso distinto in una successione di vani di raccolta dell'acqua, era una serie di volte che sorreggeva no la veranda e la terrazza del nucleo residenziale. Una serie di canali di alimentazione, alle imboccature dei quali c'erano chiusure a saracinesca in lastre sottili di scaglia, consentivano la circolazione continua dell'acqua ricca di ossigeno e microrganismi, mentre impedivano la fuga dei pesci più grandi. La disposizione di tali canali era, inoltre, legata alla direzione dei venti: quelli a sud accoglievano le onde alzate dallo scirocco, mentre gli altri a sud ovest erano alimentati dal moto ondoso creato dal libeccio; infine il grosso canale orientato a nord ovest veniva irrigato da violenti flutti sollevati dal maestrale. Tutto il complesso era, dunque, organizzato in maniera tale da permettere, su tutti e quattro i lati, la continua circolazione dell'acqua, eliminando così i problemi di ristagno e della conseguente moria dei pesci ivi allevati, pesci tra i quali numerosi erano labri , tordi ed occhiate. Sul lato terra, dove insistono alcune strutture della villa, sono state raccolte notevoli quantità di frammenti di intonaco con tracce di decorazioni a motivi floreali, di stucco e di materiale ceramico che consentono una datazione del complesso sino a tutto il I sec. d.C. Duecento metri oltre la Torre Valdaliga, sempre in direzione nord, sono visibili lungo la fascia costiera, in prossimità di due prefabbricati, numerosi frammenti ceramici sparsi sul terreno, mentre poco oltre nell'area antistante il mare vi sono alcuni resti di un pavimento in opus signinum, riferibili ad alcune strutture allineate lungo il litorale, parzialmente ricoperte da alghe secche e detriti, del I sec.d.C. Sicuramente queste sparse presenze non vanno considerate isolate ed esterne al complesso di Torre Valdaliga, ma devono essere viste come collegate alle strutture della ricca villa repubblicana. A Nord della strada asfaltata proveniente dal ponte ferroviario, lungo una vasta estensione di terreno pianeggiante attraversata da un torrente, denominata "La Frasca", sono evidenti alcuni resti romani, che erano stati attribuiti ad una villa. Emergono infatti, per circa un metro di altezza dalla superficie del terreno, alcuni muri costruiti in opus listatum. Sono presenti anche piccolo tessere di mosaico bianche e grigie, frammenti di statuette in bronzo, frammenti di ceramica, tegole, grossi chiodi di bronzo e parecchie monete del III sec. a.C. - I sec. a.C. con alcuni esemplari più tardi sino al III sec. d.C. Dalla quantità e dalla natura degli oggetti trovati in questo sito si pensa che il territorio Civitavecchiese sia stato interessato da traffici prima limitati solo al mediterraneo occidentale, poi nel III e IV sec. d.C., estesi anche ai rapporti con l'oriente. Si tratta dunque di un agglomerato urbano con funzione anche di porto: nella banchina rocciosa , infatti , sotto la superficie dell'acqua, è presente un ampio canale che consentiva alle barche di raggiungere la terra comodamente. Le immersioni dei subacquei hanno per giunta permesso di riconoscere, distese sul fondo marino, diverse anfore e frammenti ceramici accanto a tracce di un relitto.

Coordinamento Nazionale dei Comitati dei Medici per l'Ambiente e la Salute

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