Il brano citato, di insuperabile qualità letteraria, compare in un articolo intitolato “Il restauro dei dipinti murali e del materiale lapideo del Palazzo Farnese di Caprarola nel passato e nel presente”, nel secondo numero di “Nel Lazio”, rivista della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Lazio, novembre 2011, diretto da Anna Imponente, edita dall’Erma di Bretschneider.

L’articolo dà conto di un restauro condotto da una funzionaria della soprintendenza che, già prossima alla pensione, con la nuova normativa continuerà invece la sua azione sul patrimonio artistico della provincia di Viterbo. La stessa funzionaria è salita altre volte agli onori delle cronache.

Memorabile l’articolo dal titolo: “Le cantonate della C." apparso su Il Corriere di Viterbo del 17 maggio 2006, a commento della sua “riscoperta” dei dipinti in una chiesa di Carbognano, da parte della “studiosa”, la quale non era a conoscenza che gli stessi erano già stati pubblicati qualche anno prima.

Ciononostante, come si apprende dal sito Web della Soprintendenza, la stessa funzionaria fa parte del comitato di redazione ed è responsabile della tutela, e quindi dei restauri, di Viterbo di buona parte dei Cimini, con relative ville e castelli, oltre che di alcuni dei massimi siti monumentali della regione Lazio, tre in provincia di Viterbo: Caprarola, Bassano e Oriolo Romano, San Benedetto e Santa Scolastica a Subiaco, ( in provincia di Roma) e, ancora nella Tuscia, Civita Castellana.

Nel suo saggio l’autrice informa che il cortile e le sale del palazzo di Caprarola furono “utilizzati come “magazzini del fieno, del grano e deposito di granaglie” (??) e che i restauri del palazzo sono finalizzati ad “un suo definitivo recupero e vivace riuso” (scuola materna , sala giochi, casinò ?).

Segue lo scolastico periodare: “durante la breve parentesi francese del periodo napoleonico” (qualcuno potrebbe sospettare che Napoleone fosse tedesco?), l’ipersgrammaticato e già citato fraseggiare: “Il cortile circolare del palazzo…” dove resta oscuro se il soggetto è il cortile o il raccordo “che unifica la nuova tematica”.

Si continua con le decorazioni, “offese delle firme autografe dei visitatori”, quando va da sé che ogni firma se non è falsificata è autografa, benché nel linguaggio corrente (Carneade…) il termine si riferisca ad una firma che attesti l’originalità di un’opera , non agli scarabocchi sul muro.

Siamo poi edotti dalla stessa del fatto che nei Gabinetti dei Prelati, da una serie di stemmi, risulta “chiaro il riferimento…alla committenza del Cardinale Odoardo Farnese, nipote di Ottavio, marito della figlia di Carlo V e figlio di Maria, a sua volta figlia del fratello di Giovanni III di Portogallo, Edoardo”. Chiaro no ?

Resta il fatto che, alla dottoressa, il cardinale risulta di padre ignoto, ed a noi il sospetto che abbia sposato la figlia di Carlo V.

La funzionaria è però più ferrata nell’iconografia. Infatti, quattro figure femminili raffiguranti: “la Prudenza, la Giustizia, la Sapienza e la Liberalità” sarebbero, “simboli della Chiesa Cattolica”.

Infatti, non c’è chi non sappia che la statua di una signora bendata e con la spada in mano, davanti ad un tribunale, simboleggi la Chiesa.

L’approfondimento filologico apporta notevoli contributi di conoscenza. Infatti, grazie al restauro diretto dalla stessa C., le raffigurazioni suddette sono ora: “offerte ad una più certa conferma attributiva” (a si?, quale???).

Non meno approfondita è la metodologia di restauro adottata, evidente laddove afferma:“un danno vistoso e da indagare, con analisi individuate (le analisi?? n.d.r.) e mirate” è quello della “ rimessa in luce del morellone di preparazione ? ”.

Pare di capire che la dottoressa pratichi, d’abitudine, prima i restauri e poi le analisi, tanto che la stessa non sa se il bruno che si scorgeva sugli affreschi prima del suo intervento, fosse il morellone o no.

Un successivo cantiere (Euro… ???) chiarirà, forse, i segreti del morellone (Banderas ?, Gasmann ?, Fabrizio Corona?).

Per ora ci basti sapere che la stessa ha curato particolarmente la “ripresentazione estetica dell’assetto esterno dei pilastri” (San Gennaro!!), e anche essere informati che la “Scala Regia... risulta essere l’ultimo episodio, in ordine di tempo, della sequenza delle decorazioni del palazzo” (quindi é una scala dipinta, un trompe l’oeil, come sa bene chiunque conosca il palazzo di Caprarola) e che agli affreschi “è stata data una idonea ripresentazione estetica… in modo da permettere alla raffigurazione una corretta lettura filologica”.

Sulle capacità, filologiche, manifestate non sembra opportuno commentare.

La stessa funzionaria scioglie, però, il mistero che incombeva sul materiale con cui sono realizzate sia le partiture architettoniche dei portici sia le sculture da giardino che dalle analisi “è risultato peperino di Viterbo” (perché Giacobbo non la interpella?).

E così smentito chi le credeva di breccia mummolitica, o quelli che propendevano per il porfido egiziano o per l’alabastro a pecorella algerino.

L’ultimo segreto svelato è quello delle erme del giardino dove “è stata utilizzata una varietà rosata di peperino… costituita da fiamme nerastre”. Per cui è chiaro dal testo che la sostanza, se c’è mai stata, è andata in fumo da un pezzo.

Mentre non si dubita che la gestione tecnico-scientifica del cantiere di Caprarola sia stata condotta con la stessa lucidità evidenziata nel testo, ci si domanda quanto a lungo la lungimiranza della dottoressa Imponente permetterà che la tutela del patrimonio artistico viterbese sia affidata a funzionari così eminenti.


G. Bastiani

Commenti

È meglio non maculare la santa ignoranza, conserviamola come esempio di un periodo buio nella storia del restauro viterbese (mi scuso con il viterbese). Il Vignola si rigira nella tomba.
commento inviato il 31/01/2012 alle 4:42 da jean rosa  
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