Giovedì 13 novembre Claudio Strinati e Giuseppe Salerno presentano “Memorie dell’Assoluto”

Località:  Roma
Galleria:   OTTAGONI
Indirizzo:  Via Goffredo Mameli 9
Periodo:   13-30 novembre 2008 (chiuso domenica, lunedì e festivi)
Orario:  17.00/20.00
Titolo:  Memorie dell’Assoluto
Artisti:  Lughia
Curatori:  Claudio Strinati e Giuseppe Salerno
Inaugurazione: giovedì 13 novembre ore 18.30

Così Claudio Strinati in catalogo:
“… Lughia ci pone di fronte a numerose realizzazioni di grande formato che delineano con chiarezza il percorso di un’artista che, nell’intera sua produzione, si presenta con pacato distacco dalle contingenze del quotidiano.  Le Architetture di Sabbia, “scenari dell’anima” come lei stessa le definisce, sono i lavori più noti, custodi della sacralità e del mistero di un universo in movimento.  Un far arte quello di Lughia che, tanto per l’uso dei materiali che per il pensiero in ogni opera sotteso, la rende presenza significativa nel panorama artistico contemporaneo.  Da queste sue prime opere, delle quali fu il  professor Paolo Portoghesi  ad inaugurare una esposizione nel Borgo di Calcata e successivamente una mostra nella Chiesa di Santa Maria della Salute a Viterbo, prende avvio un percorso in continua evoluzione, ricco per tematiche, tecniche e modalità espressive.  Con le realizzazioni pittoriche e scultoree la presenza umana, assente dagli scenari delle sue prime rappresentazioni, diviene il principale oggetto d’attenzione. La piccolezza dell’essere umano in rapporto al “tempo senza fine” la porta a coniugare il tema del ciclico divenire con quello dei linguaggi, delle rappresentazioni simboliche, delle memorie. Ombre nere, tracce inconsistenti della presenza umana, si alternano a sagome la cui epidermide, depositaria di memoria, appare ora immersa nel buio dell’eterno, ora calata in un universo di astrazioni simboliche che lanciano la propria sfida al tempo.
Lungi dagli accadimenti del quotidiano, l’arte di Lughia ha il pregio di condurci serenamente in quella dimensione alta del sentire che è una sorta di nettare di vita.”

 Così Giuseppe Salerno in catalogo:
“Se molta arte contemporanea pone interrogativi, Lughia crea piuttosto luoghi che, nel soddisfare un bisogno profondo di spiritualità, vanno incontro a quanti, in questa società inquieta, sono alla ricerca di risposte a domande spesso non formulate. Dai suoi lavori traspare la gioia e la serenità di chi non ricerca ma, con semplicità, esprime verità assolute che travalicano la sua stessa coscienza.
In una terra antica, la sua Sardegna, l’artista affonda radici che, ignorando i confini lambiti dal mare,  ristabiliscono in profondità collegamenti con mondi lontani un tempo connessi. Un DNA, il suo, nel quale si racchiude l’intera vicenda umana, della terra e del cielo. Affioramenti inconsapevoli, generati da una coscienza silente di appartenenza e di imprescindibilità, connotano i suoi lavori.
Lughia produce arte che, svincolata da ogni progettualità, è frutto di visioni illuminanti alla cui rappresentazione perviene attraverso processi complessi, gestiti in modo spontaneo, istintuale. Incurante della tecnica, il suo fare è una sorta di vortice pronto a risucchiare ciò che incontra. Una sperimentazione che, finalizzata a dare consistenza all’originaria visualizzazione, mai si risolve in pura ricerca.
Il suo è un viaggio nell’assoluto, lì dove non c’è dubbio, non c’è inquietudine, non c’è evoluzione, né involuzione. Un assoluto che tutto comprende e a tutto dà una risposta sempre uguale. 
Di fronte alle “Architetture di sabbia” precipitiamo dolcemente nelle dimensioni dell’eterno e dell’infinito dove si fa strada la consapevolezza che la realtà intorno a noi è in progressiva, inarrestabile trasformazione e che la fine apparente di ogni consistenza prelude, senza soluzione di continuità, a manifestazioni sempre diverse di energia che si rinnova. La pietra si sfalda e nei millenni produce sabbia che, ricompattandosi, genera forme prima inesistenti e pronte, infinite volte ancora, a lasciarsi consumare.
In Lughia c’è la consapevolezza che la realtà non può essere oggetto di possesso esclusivo e “per sempre” da parte di alcuno. Destino d’ogni “apparenza” è accompagnare per un breve tratto chi, concentrato su se stesso, di essa non avverte l’anima.
Quei merletti di sabbia che l’amore di Lughia realizza, pronti a dissolversi al più lieve tremore, ad ogni alito di vento, sono testimonianza dell’impossibilità di lasciare tracce esenti da ogni divenire. L’azione umana si vanifica nel tempo ed ogni parto sempre torna alla terra che tutto genera.
L’eterno manifestarsi in tempi, luoghi e sembianze diverse di energie partecipi di un’unica natura, riconduce al  “divenire” tout court il senso profondo della vita.
Agli occhi di Lughia lo stesso essere umano, con il suo desiderio di scalfire l’universo, si rivela piccola cosa,  destinata anch’essa a confluire in quel tutto che ignora ogni gerarchia.
Così le “Tracce antropozoiche”, astrazioni simboliche, memorie di un corpo e di un luogo, sono il tentativo vano di assicurare permanenza, attraverso le generazioni, ad una troppo breve apparizione sulla terra.
Al rapporto tra l’uomo e l’assoluto l’artista dedica i cicli “Memorie”, “Osmosi” e “Il grande nero del silenzio”. L’incontro tra interiorità e mondo circostante segna il corpo di ciascun individuo in modo assolutamente unico. Infiniti i percorsi ed ogni esistenza è la risultante di un cammino irripetibile. Donne e uomini ineluttabilmente destinati (vedi la sequenza di opere nere “L’eterno cammino in salita verso il dissolvimento”) a riconfluire rendendo nulla ogni diversità.
Gli “Andamenti collettivi, lenti ed ineluttabili” sono invece una sequenza di tele dove un gran numero di presenze, eppur sempre le stesse, convergono in un moto comune, continuo ed inarrestabile. Una confluenza che dà consistenza a flussi dove la materia perde peso, il portamento avvolge il pensiero e l’energia trova rappresentazione. Un muovere “verso” che non si presta a letture superficiali di tipo causale. Un procedere di masse che diviene piuttosto rappresentazione della potenza che governa l’eterno divenire per ricondurci, ancora una volta, al rapporto diretto con l’assoluto.
In tutto ciò a noi spettatori è dato viaggiare, immobili, al centro di noi stessi.”

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