Storia, arte e cultura Tuscia, ultime notizie Viterbo - Luigi Cochetti nacque a Roma il 4 ottobre del 1802 dall’avvocato Francesco e Anna Palma. Grazie alla protezione di Antonio Canova, venne presentato al pittore di Faenza Tommaso Minardi, uno dei maggiori protagonisti del Purismo e seguì i suoi corsi presso la prestigiosa Accademia di S. Luca di Roma, dove in seguito venne nominato insegnante di Disegno e Pittura. Il suo maestro Minardi, nel 1819 venne nominato insegnante di Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Perugia e il faentino si portò con sé da Roma anche il giovane Cochetti e Giuseppe Chialli. A Perugia Cochetti venne in contatto con il ceto nobiliare della città e durante le famose “serate d’arte”, incontri che si tenevano presso l’abitazione del Minardi, conobbe letterati e artisti con i quali il pittore romano rimase in contatto epistolare per tutta la sua vita. Dopo qualche anno fece ritorno a Roma e qui inizia la sua carriera di pittore di cavalletto accanto a quella di decoratore. Venne ricercato dai ricchi mecenati romani, come il principe Alessandro Torlonia che tra il 1839 e il 1842 gli fece decorare alcune sale della sua villa di Via Nomentana, e del distrutto Palazzo di Piazza Venezia, dove Cochetti lavora  accanto ad altri esperti decoratori murali, tutti usciti dall’accademia di Perugia e dalla S. Luca di Roma, tra cui naturalmente il Minardi.

 Le opere di Luigi Cochetti si trovano in tutta la provincia pontificia, a Roma, Fermo, Perugia, nell’alta Tuscia, a Capodimonte.  Tra le sue opere giovanili si ricorda  La continenza di Scipione del 1821, copia di un dipinto di  Vincenzo Camuccini del 1808-1811. L’amicizia con Minardi è testimoniata dall’Autoritratto di questi con il Cochetti e da vari studi del Ritratto di Minardi del giovane Luigi, come il Doppio ritratto di Tommaso Minardi datato 1818-22 (S.Ricci, 2006-2007).
Su commissione del conte Bernetti, esperto di prospettiva, assiduo frequentatore dello studio del faentino in palazzo Doria Pamphilj di via del Corso a Roma, Cochetti intraprese dopo il 1825 la decorazione del Teatro dell’Aquila a Fermo nelle Marche, dove attualmente si conserva un sipario con L’armonia che consegna la cetra al Genio fermano, e sul plafond della platea, Gli ozi di Giove nell’Olimpo (1828ca.) Tra il 1850 e il 1870 a Fermo esegue le decorazioni della Sala verde di Palazzo Vitali con Apollo e le Muse danzanti, alcune decorazioni in Palazzo Nannerini e altre allegorie sacre nell’Arcivescovado. Preparò i bozzetti per il principe russo Galatzin, ma non riuscì mai a decorare la sua dimora, per la morte del committente, che aveva chiesto una tematica biblica con le storie di Davide e Salomone. Alcuni dei soggetti vennero poi dipinti ad olio per il principe Marc’Antonio Borghese come il Giudizio di Salomone e La figlia del Faraone ritrova Mosè (1860) (S.Gnisci, 1991)

Nel 1848 viene chiamato a dipingere nel Palazzo del Quirinale accanto al Minardi e altri allievi, come Giovanni Traversari di Perugia e il pittore, scenografo prospettico, Annibale Angelini (Perugia 1810-1884) che lavorarono accanto al Cochetti nella Sala del Trono. Proprio mentre era impegnato nel cantiere aperto da Papa Pio IX al Quirinale e in altre prestigiose commissioni per le decorazioni di nobili dimore sempre in collaborazione con il Minardi e con la cerchia neopapalina,  nel 1853 gli venne affidata dal Pontefice per enfiteusi l’Isola Bisentina del lago di Bolsena, dove fino al 1870 Cochetti soggiornò ripetutamente con la sua famiglia. Può darsi che la scelta di passare un po’ di tempo nella pace dell’isola Bisentina, sia stata necessaria per la sua salute, poichè  nel decennio 1846-1856 venne colpito da un forte esaurimento nervoso. Una testimonianza della permanenza della famiglia Cochetti sull’isola Bisentina è la firma di Francesco Cochetti, probabilmente padre o figlio dell’artista, lasciata su una delle pareti interne del famoso pozzo della “malta dantesca”, situato poco lontano da monte Calvario, il cui accesso sotterraneo è proprio nella pianura sotto il monte Tabor, che alludeva alla pianura di “Gerusalemme”.

Sicuramente spettano alla mano di Cochetti e alla sua  scuola, alcune decorazioni di gusto neocinquecentesco e neobarocco eseguite alla metà dell’Ottocento presso il vecchio albergo “Etruria” a Capodimonte,  situato in via Guglielmo Marconi,  all’epoca proprietà della famiglia Faggiani,  dove in una delle sale al piano terra sono ancora oggi presenti dei paesaggi che riproducono territori appartenenti alla famiglia. Questo gusto di rappresentare i possedimenti terrieri era tipico di quella ripresa neobarocca, il cui modello di riferimento erano i paesaggi di Annibale Carracci nella Galleria Doria Pamphilj di Roma, una moda molto diffusa tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta dell’Ottocento presso le ricche residenze romane della famiglia Torlonia, Colonna, Chigi, Del Drago, Corsini, Borghese. Questo gusto si diffuse presso la nascente borghesia imprenditoriale terriera, così i mecenati dell’alto Lazio faranno abbellire le loro residenze  su modello delle ricche dimore romane, come la Villa e il Palazzo Torlonia, proprietà del  principe Alessandro Torlonia, un ricco banchiere romano che si fece dipingere le sue residenze dai pittori dell’Accademia di S. Luca di Roma e tra questi, c’era anche il Cochetti.  Senza dubbio, si deve  al pittore romano la diffusione di questo gusto anche a Capodimonte. Troviamo altre decorazioni di gusto neocinquecentesco e neobarocco, nel  Palazzo Farnese, costruito da Antonio da Sangallo il giovane, su commissione di Pier Luigi Farnese, e destinato a divenire la dimora di Giulia Farnese, sorella del cardinale Alessandro, che divenne poi Papa Paolo III. In uno degli appartamenti al piano nobile, troviamo dei dipinti a tempera eseguiti alla metà dell’Ottocento in occasione di un matrimonio, delle quali è tutt’oggi sconosciuto l’autore, ma confrontando lo stile delle decorazioni con altre sue opere murali realizzate nel Quirinale, dove Cochetti vi lavorò dal 1848 al 1851,   ritengo che il pittore ottocentesco di Palazzo Farnese sia proprio l’artista romano. All’epoca era molto conosciuto da queste parti e la sua fama di decoratore presso le ricche dimore romane e nel cantiere  di Papa Pio IX era molto diffusa.

Sempre nel paese di Capodimonte, all’interno della Chiesa di S. Rocco,  ristrutturata entro la fine degli anni Trenta dell’Ottocento (1838),troviamo delle decorazioni sulla volta dipinta con i soliti motivi neorinascimentali e arabeschi che circondano un tondo centrale, dove sono dipinti due putti sopra nubi bianche con una grande croce. Sopra di loro la Colomba dello Spirito Santo, che ritroviamo anche sopra l’altare, nella grande nicchia dipinta nella parte alta con  nubi biancastre e uno sfondo di cielo.
Addossata alla nicchia, troviamo una grande pala d’altare, con finte paraste decorate con grottesche a candelabra su fondo blu, che incorniciano una grande tela  raffigurante Maria con il Bambino, S.Rocco e S.Michele Arcangelo, opera di Luigi Cochetti, probabilmente ripresa da un disegno del suo maestro Minardi, descritta da Ernesto Ovidi come  “Ave Maris stella. Madonna col Bambino irradiata di luce sul mare” (S.Ricci, 2006-2007), pala  donata dall’artista nel 1855 ai capodimontani per lo scampato pericolo del colera.  Il dipinto venne realizzato ad olio con un sistema di velature,  tipico dei pittori puristi dell’ambiente minardiano e della scuola romana. La tela rievoca un episodio accaduto al popolo di Capodimonte, il quale riuscì a scampare il pericolo del colera, grazie all’intercessione del suo Santo protettore, S. Rocco. Questi, forse un autoritratto del pittore stesso, è raffigurato su una roccia, con lo sguardo pietoso rivolto verso la Vergine e il Bambino raffigurati sopra il paese, chiara allusione alla misericordia della Vergine e alla sua intercessione presso Dio, per salvare il popolo che La invoca. Secondo alcuni studiosi, S. Rocco è raffigurato come un pellegrino sul Monte Bisenzo,  su uno sperone di roccia del  cosiddetto porto di S. Bernardino, dove un tempo s’imbarcavano i pellegrini che dalla via Francigena giungevano in questa zona, per poi raggiungere l’Isola Bisentina. Altri studiosi ritengono invece, che  si tratti dell’Isola Bisentina e S. Rocco sarebbe rappresentato,  sopra una piattaforma rocciosa  in prossimità del Monte Calvario, tappa di tutti  i pellegrini che raggiungevano l’isola, un tempo luogo di pellegrinaggio per ottenere l’indulgenza plenaria.  Sicuramente la pala d’altare per la chiesa di S. Rocco è stata eseguita durante il periodo estivo, forse proprio nei giorni dedicati a Maria Assunta in Cielo e a S. Rocco, che si festeggiano ancora oggi il 15 e il 16 Agosto, giorni in cui  la famiglia Cochetti, e lo stesso pittore Luigi poteva interrompere i numerosi impegni romani per trascorrere qualche giorno in tutta tranquillità e immerso in uno splendido paesaggio naturale e artistico come il lago di Bolsena.

L’isola Bisentina del Cochetti non è una semplice  terra  in mezzo alle acque del lago, bensì “una piccola Gerusalemme”, una specie di luogo “sacro” scelto dalla Chiesa in un periodo storico in cui era difficile raggiungere la Terrasanta, utilizzata dal Giubileo del 1450 fino al 1600 circa, per ottenere le indulgenze dei peccati. I pellegrini sul percorso della via Francigena sostavano a Bolsena e da qui, o dall’antico porto di San Bernardino sotto il Monte Bisenzo, s’imbarcavano per raggiungere la “Gerusalemme della Bisentina”. Nei primi anni del Quattrocento, all’epoca in cui l’isola apparteneva a Ranuccio III Farnese, essa fu concessa ad un gruppo di frati francescani che, entro il 1450, vi costruirono sette piccoli oratori su modello della Porziuncola di Assisi.
Con un percorso  che andava dalla parte più bassa dell’isola, dal luogo dove sorgeva l’antico Oratorio di S.Giovanni Battista, alla parte più alta, denominata Monte Tabor, i pellegrini in preghiera visitavano i sette oratori, proprio come avveniva a Roma con la visita delle sette chiese per ottenere la salvezza, grazie alla remissione dei peccati. I frati francescani che abitarono su questo piccolo lembo di terra ricrearono alcuni dei luoghi più significativi della Terra Santa per rievocare la vita di Gesù, il battesimo nel Giordano, con l’inizio della sua predicazione, la sua passione, morte e resurrezione, infine l’apparizione ai suoi discepoli e la discesa dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste. In ordine, gli oratori sono: quello di S.Giovanni Battista (non più esistente), l’oratorio di S.Concordia, di S.Francesco, dell’Orazione nell’orto sul cosiddetto Monte Oliveto, di S.Gregorio Magno, della Trasfigurazione sul Monte Tabor, ed infine del Crocifisso sul Monte Calvario, con affreschi della scuola di Benozzo Gozzoli. Successivamente venne costruito un ottavo oratorio di forma ottagonale, su disegno di Antonio da Sangallo il giovane, architetto ufficiale della famiglia Farnese alla quale l’isola è appartenuta dalla fine del Trecento fino al 1649. Questo è l’anno che vede la fine del Ducato dei Farnese, con la distruzione dell’antica città di Castro, costruita dai migliori architetti del periodo della Controriforma, che sorgeva ad una decina di chilometri da Capodimonte. In quell’anno i Farnese dovettero abbandonare tutte le loro proprietà e quindi anche la Bisentina (A. e F. Menghini Di Biagio, 2004).

L’ottavo oratorio dell’Isola è dedicato a S.Caterina al Sinai. Si trova sopra uno sperone di roccia vulcanica che allude appunto al Monte Sinai, il monte dove Dio ha stretto alleanza con Abramo e al Monte Sion “il monte Santo di Gerusalemme dove l’umanità salirà dopo la seconda venuta di Cristo”.
Sotto l’oratorio di S.Caterina detta la Rocchina c’è una grotta che allude al “Cenacolo”, ed infatti presso l’oratorio troviamo nella cupola interna, un affresco cinquecentesco con una colomba che ricorda la discesa dello Spirito Santo sopra gli Apostoli e Maria, episodio narrato nei vangeli come avvenuto proprio nel Cenacolo, luogo dove Gesù ha istituito l’Eucarestia con l’ultima cena prima dell’inizio della sua passione, fino alla morte sul Calvario. L’Isola Bisentina immersa nelle acque del suo lago, come allusione al “lago di Galilea”, con le acque del Battesimo e della rinascita dell’uomo grazie al sacrificio di Gesù-ricorda quindi Gerusalemme, il luogo del sacrificio di Cristo per la salvezza di tutta l’umanità e nel quale egli è Risorto a garanzia della vita eterna per tutti i credenti. I monti della Bisentina-Monte Oliveto, Monte Tabor, Monte Calvario e Monte Sinai (Monte Sion)-con i loro oratori, ricordano la Passione, la Morte e la Resurrezione di Gesù, cioè gli ultimi momenti della vita di Cristo dopo l’entrata a Gerusalemme fino alla sua Resurrezione e alla discesa dello Spirito Santo sopra gli apostoli e Maria. I pellegrini, dopo aver visitato tutti gli oratori della parte alta della Bisentina, scendevano e probabilmente l’ultima tappa prima di imbarcarsi era l’oratorio di S. Concordia, dedicato alla Santa del martirologio romano e molto venerata dai francescani.

L’edificio, costruito alla fine di un’asse che si prolunga fino al Monte Calvario, costituisce, insieme a questo, il braccio lungo della Croce; l’altro braccio corrisponde agli oratori già elencati, posti sulla parte più alta dell’isola. La natura, il silenzio e la solitudine  di questo luogo scelto dai francescani per accogliere i pellegrini è ideale per ritrovare un senso di spiritualità. L’isola appartenuta al pittore Cochetti era tutto questo e certamente il noto artista romano, tornava spesso a Capodimonte e alla Bisentina proprio per ritrovare un po’ di pace e serenità in questi luoghi.
L’attività del Cochetti a Roma continuò ininterrottamente  all’indomani dell’unità d’Italia fino alla vigilia della sua morte, avvenuta a Roma il 16 febbraio del 1884. Numerose sono ancora le sue decorazioni per le chiese della città e diversi quadri di cavalletto. Nel 1860 esegue gli affreschi per la Basilica di S. Paolo  con L’Angelo tutelare di Paolo in Macedonia e La serva indemoniata . In questi stessi anni dipinge una tela con una Madonna che allatta il Bambino, un Cristo portacroce e una Madonna Addolorata, tele che vennero presentati all’esposizione romana per l’Arte cattolica del 1870. Nella chiesa di S. Andrea della Valle troviamo Lo Sposalizio della Vergine e La Sacra Famiglia. In Vaticano si conserva ancora oggi la tela con La gloria del Beato Labre (1860). Distrutto è l’affresco che eseguì nella Basilica di  S. Lorenzo fuori le mura, con L’Adorazione dell’Agnello mistico (1869-1870). E’ del 1870 una nuova commissione per l’arco di trionfo della Chiesa di S.Maria in Trastevere raffigurante La Vergine, gli Angeli e i Patriarchi (S.Gnisci, 1991). A partire dal 1870 lo Stato Pontificio vendette tutti i suoi beni allo Stato, quindi la stessa sorte toccò all’isola Bisentina, così il nostro  Cochetti lasciò definitivamente questo luogo meraviglioso e il paese di Capodimonte, dove aveva soggiornato a lungo con i suoi familiari e con altri artisti per circa vent’anni.

Claudia Pettinelli


Bibliografia: voce Luigi Cochetti(a cura di S. Gnisci) in La pittura in Italia. L’Ottocento, Milano, Electa, 1991, II tomo, p.765 con bibliografia precedente.
C.Pettinelli, Il pittore Cochetti, L’Isola Bisentina e Capodimonte, in “Lettera orvietana”, Anno VII, n.15-16-17 agosto 2006, Quadrimestrale d’Informazione culturale dell’I.S.A.O., p.10.
A. Menghini e F. Menghini Di Biagio, Isola Bisentina.Giardino sacro e profano, 2004.
S. Ricci, Da Roma a Perugia, da Perugia all’Europa: Tommaso Minardi, gli artisti tedeschi e i puristi italiani alla scoperta dell’”Umbria santa”, in “Arte in Umbria nell’Ottocento”, catalogo della mostra a cura di F. F. Mancini e Caterina Zappia, Milano, Silvana Editoriale, 23 settembre 2006 - 7 Gennaio 2007, p.95, scheda 3, fig.3 p.102; scheda 10 fig.10, pp.109-110.

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