ROMA (Uno Notizie.it)

Nel tempo di Nerone (nato nel 37 e morto nel 68) si incrociano le vite di Seneca e San Paolo. Seneca è il sapiente della difensiva ma che non ha mai osteggiato il viaggio della cristianità. Non per questioni di virtù ma perché ha sempre interpretato le parole dei cristiani con lo spirito della comprensione verso quella ricerca della verità. Non di un verità ma della verità. Questo è uno dei nodi centrali del dialogo che Seneca ha voluta intrattenere con Paolo.

Mi sembra un fatto di grande importanza soprattutto se si rileggono lo scambio di missive apocrife tra i due. Lettere scritte sotto il Regno di Nerone. Non si può prescindere storicamente da questa condizione ma non si può neppure dimenticare l’avvicinamento che cercò Seneca nel condurre le parole di Paolo dentro il senato romano.
Pur essendo state definite Lettere Apocrife, quelle di Seneca a Paolo e viceversa, hanno una chiave di lettura significativa perché impongono realmente una riflessione non solo sulla religiosità ma sulla fede cristiana. Se poi Seneca si sia avvicinato a Paolo perché spinto dal bisogno di verità cristiana è un altro discorso ma resta il fatto che gli scritti di Seneca hanno sempre un particolare di attenzione verso la parola della fede. È un sapiente che non solo conosce i limiti e vive nella mediazione ma fa della tolleranza, questo sì, una virtù.

I suoi scritti già molto prima delle Lettere apocrife manifestano ciò. Penso ad un piccolo scritto dal titolo “La provvidenza”. Seneca scava nei contenuti di Dio e affronta il problema del male e dei giusti. Solo i giusti possono comprendere il segnale del male. Dirà sostanzialmente. Seneca sostiene che Dio mette alla prova. Questo mettere alla prova non è più un concetto laico ma entra nella sfera del divino e del misterioso.
Il cammino bisogna condurlo a termine anche a costo di cadere. Sostiene ancora Seneca. Un segnale che diventa forse un profezia.

Una filosofa che si è posta la questione del tempo cristiano in Seneca è stata Maria Zambrano e pone alcune attente riflessioni. Il senso del viaggio, del tempo, la “misura” della memoria, la nostalgia, la capacità di comprendere il sentimento dell’esilio (nella letteratura e nella filosofia), il rapporto tra destino, mito e sacro, la dimensione offerta dell’eresia o il bisogno di capire l’altro oltre la religiosità non sono altro che tracciati che fanno della filosofia di Marìa Zambrano  una scrittura nell’intreccio della metafisica dell’anima attraverso un “codice” dell’essere che è dettato dal Ritorno alla Tradizione.
Si confronta a tutto tondo, la Zambrano, con le letterature della distanza, dei distacchi ma soprattutto incide un solco nelle parole delle malinconie.

I suoi studi sono nel vento dei sogni e nel tempo della riconquista delle radici. Spagnola, nata nel 1904 e morta nel 1991, ha vissuto il suo tempo di esilio con le immagini delle memorie e in questo suo “mirare” tra i paesi delle sconfitte e delle eredità è riuscita a trovare nella figura e nell’opera di Seneca una di quelle chiavi di lettura con  le quali ha stabilito un dialogo non solo culturale ma soprattutto esistenziale.
Il suo Seneca, (Maria Zambrano, “Seneca”, Bruno Mondadori,) è quello dell’esilio in Corsica, è quello della solitudine, è quello della grecità che mutua il sentiero greco – romano in mediterraneità. È il Seneca che si incontra con Paolo e non si divede nella spaziatura tra cultura pagana e cultura cristiana. Il suo lavoro su Seneca ci riporta ad una interpretazione che va oltre le righe della filosofia stessa.

Per Maria Zambrano (uno dei pochi filosofi che ha riletto in modo comparativo il “personaggio” e l’antifiloso in Seneca) Seneca “non è un filosofo, ed è il filosofo, dicono, a dover essere maturo per la morte, e quasi intriso di essa, come scrivono Platone e Plotino. Non è neppure un mistico come il sapiente orientale, che cerca in vita di annullare la propria nascita, di nascere e poi di cancellare l’agitazione della nascita. È un sapiente sulla difensiva”.

Il punto di discussione che pone la Zambrano ruota proprio intorno al tema del tempo che diventa il tema della vita e della morte in un radicarsi nel mosaico del viaggio – ricerca. Anche il suo incontro con Paolo nella  temperie neroniana si fa “difensiva”. Nelle 14 lettere, considerate apocrife, tra Seneca e Paolo si sottolinea, anche dal punto di vista della “indulgenza” filosofica cristiana o meta-cristiana da parte dello stesso Seneca, una letteratura della difensiva che offre allo spazio – tempo la forza di dialogare sulla storia e persino sugli orizzonti della fede. Nella prima Lettera apocrifa di Seneca a Paolo si legge: “Voglio anche che tu sappia che con la lettura dei tuoi scritti, cioè di alcune tra le molte lettere, da te inviate a città o capoluoghi di provincia…ci siamo profondamente ricreati…”. È Seneca che cerca nelle parole di Paolo non una consolazione ma una via.

Ma è anche Paolo che si appropria della parola di Seneca per dedurre la parola del sapiente che viaggia lungo la strada della difensiva, soprattutto quando Seneca annuncia a Paolo di aver parlato e cercato di spiegare  a Nerone del linguaggio usato nelle Lettere paoline. Ma nelle Lettere apocrife tra Seneca e Paolo si leggono alcuni incisi straordinari.
Seneca scrive a Paolo: “…sei il vertice e la vetta di tutti i più alti monti, non vuoi dunque che mi rallegri se io sono così vicino a te, da essere considerato un altro te stesso?”. E poi più avanti: “Nelle tue lettere il mio posto è anche il tuo: magari potessi considerare come mia la tua posizione!” è Seneca nella XII Lettera a Paolo.

Mentre Paolo nella XIV Lettera risponderà: “…devi evitare le pratiche religiose dei Pagani e dei Giudei e ti farai nuovo testimone di Gesù Cristo, annunziando in forma elevata la perfetta sapienza, che appena raggiunta, farai penetrare nell’animo del sovrano terreno, dei membri della sua corte e dei suoi amici fidati…”.
Una chiave di lettura che potrebbe riaprire un discorso di estremo interesse non solo religioso in sé ma anche culturale tra la teologia di Paolo e il cammino verso una sapienza verità di Seneca.

Ma cosa fa Seneca, secondo Maria Zambrano? La filosofa spagnola (conterranea dello stesso Seneca) scrive: “…il filosofo stoico non è un filosofo che è diventato tale per amore della sapienza, per ansia di verità, ma che è andato alla ricerca della verità come rimedio per la sua vita”.
Quella ricerca che è stata considerata sempre un viaggio sia dentro il destino sia dentro la possibilità di leggere il messaggio cristiano. Una duplice valenza che ha posto a Seneca il problema sia metafisico sia dell’anima. Paolo ha avuto una importante presenza e la ha avuta proprio nel momento in cui Seneca si appresta a morire. Quel pensare alla morte si dividono, forse, i ritorni.

Per Seneca, come ci dice la Zambrano, la morte fu “un tragico fallimento, il fallimento dell’intellettuale di fronte al potere”. Per Paolo fu la speranza, il tempo dell’incontro cristiano, con Cristo. Seneca nel morire ha perso Cristo. Ha perso, forse, quella “Paternità” alla quale fa riferimento San Paolo nella Lettera ai Galati.
Ma è nel concetto di sopportazione e di serenità che il linguaggio di Seneca a Paolo e viceversa trova il segno tangibile di un incontro che è volto a “combattere la buona battaglia” con le vele spiegate.

Paolo nella VI lettera apocrifa dice a Seneca: “Dobbiamo portare rispetto a tutti, tanto più quando cercano pretesti per sfogare il loro sdegno”.

Un messaggio proprio all’insegna della cristianità del viaggio.

Seneca saprà cogliere questo invito.

Con la sua morte.

 

PIERFRANCO BRUNI


 

 

 

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